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Memoria/ Vent’anni fa, si svolgeva il No Global Forum di Napoli: una ferita ancora aperta

Cronistoria della Rete No global e delle “quattro giornate contro la globalizzazione”.

(di Daniele Maffione)

Vent’anni fa, dal 15 al 17 marzo 2001, si svolse a Napoli il Global Forum, un vertice che riunì tecnici e rappresentanti dei paesi più ricchi del Mondo. All’oggetto di quell’incontro vi fu una discussione sul divario digitale (in inglese: digital divide) e sull’utilizzo delle nuove tecnologie nei cosiddetti paesi in via di sviluppo. L’incontro fu promosso dall’OCSE[1] a pochi mesi dal G8[2] di Genova. L’evento divenne un banco di prova sia per i potenti, sia per chi in quegli anni ne contestò l’arroganza, portando avanti le ragioni degli ultimi della Terra. A Napoli, un’ampia gamma di movimenti sociali, sigle politiche e organizzazioni di base colse la novità e costituì la Rete No Global che segnò lo sbarco in Italia del cosiddetto “popolo di Seattle”, dando seguito alla stagione del cosiddetto “movimento dei movimenti”. A distanza di vent’anni da quell’episodio, ne ripercorriamo le principali tappe, proponendone una lettura gramsciana.

I PODROMI: IL POPOLO DI SEATTLE.

Nel dicembre 1999, a Seattle (USA), si svolse la conferenza ministeriale dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO)[3]. Alla base dell’incontro venne dichiarata l’intenzione di discutere di numerosi temi, fra cui l’ambiente, la globalizzazione dei mercati, il debito dei paesi del Sud della Terra. In realtà, come accade in molti di questi vertici, la conferenza malcelò l’intenzione di imporre delle linee guida che sovradeterminassero la sovranità di stati e popoli.

In contrapposizione a quell’evento, venne convocata una mobilitazione che assunse carattere di massa. I promotori appartenevano a sigle eterogenee: movimenti sociali, sindacati operai, associazioni, gruppi giovanili e ambientalisti, organizzazioni non governative, comitati spontanei di cittadini. La mobilitazione crebbe a tal punto che per giorni interi il vertice venne tenuto in scacco dai manifestanti, provocando una brutale repressione da parte delle forze di polizia. L’incontro del WTO si rivelò un vero e proprio flop. Non solo non raggiunse alcun risultato apprezzabile, a causa della protesta dei rappresentanti dei paesi del Sud del mondo, ma segnò anche l’irruzione mediatica della sua contestazione, che ebbe proiezione mondiale.

Nacque il cosiddetto “Popolo di Seattle”[4]. La grande visibilità raggiunta dalle contestazioni diede impulso alla costruzione di un composito movimento internazionale che utilizzò Internet – all’epoca, ai primordi – come collante di una protesta contro il capitalismo, la globalizzazione dei mercati, le diseguaglianze fra paesi ricchi e paesi poveri, ma anche la guerra, il cambiamento climatico, le discriminazioni razziali e di genere. Il “popolo di Seattle” iniziò a prendere di mira tutti i vertici internazionali che ciclicamente venivano riuniti in diversi paesi del Mondo, contestando anche la progressiva trasformazione del lavoro, della sanità, della scuola, della cultura in oggetti di commercio.

Dal dicembre 1999, il “Popolo di Seattle” iniziò a mobilitarsi in giro per il mondo, dando luogo ad imponenti manifestazioni, spesso oggetto di brutale repressione poliziesca. Nonostante ciò, questo movimento prese a crescere nei numeri e nella composizione.

Nell’aprile 2000, si tenne una grande manifestazione a Washington (USA), in occasione del G7. Nel settembre dello stesso anno, a Praga (Repubblica Ceca), si svolse un incontro del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, cui si contrappose una fiumana di manifestanti, che si scontrò con le forze di polizia. Fece seguito in dicembre il vertice di Montréal (Canada), in cui si incontrarono i ministri finanziari e i governatori delle Banche centrali dei 20 paesi più industrializzati del Mondo. Vi fece da contraltare una grande mobilitazione.

Ancora nel dicembre 2000, a Nizza (Francia), si riunì il Consiglio Europeo per discutere la Carta dei Diritti Fondamentali, cui si contrapposero uno sciopero dei ferrovieri francesi e una manifestazione anti-globalizzazione. In quell’occasione, da Napoli venne organizzato il “Global action express”, ossia un treno che raccolse manifestanti diretti a Nizza. Il convoglio venne organizzato dai Giovani Comunisti (la giovanile di Rifondazione comunista) e dall’associazione Ya Basta! (ex-Tute bianche), ripercorrendo la tratta tirrenica e fermandosi in varie tappe, dove raccolse circa 1400 manifestanti provenienti da tutta Italia. La sua corsa, tuttavia, venne interrotta a Ventimiglia, a causa della sospensione del Trattato di Schengen[5] operata dal governo francese. Si verificarono, dunque, due manifestazioni ai confini di Francia e Italia, entrambe conclusesi con cortei repressi dalle forze dell’ordine.

Il 2001 si inaugurò con il “popolo di Seattle” in azione a Davos, in Svizzera, al Forum dell’economia mondiale. Lo sbarco dei No Global sul Vecchio Continente era ormai divenuto un fatto che dilagava ovunque.

Seattle, 1999. Un momento della manifestazione contro il WTO.

ORIGINE DELLA RETE NO GLOBAL.

A Seattle parteciparono anche alcuni italiani. Le fonti discordano sui numeri, ma pare accertato che vi presero parte un esponente toscano dei Cobas (sindacato di base) e un rappresentante del Partito della Rifondazione Comunista, all’epoca presente in Parlamento. La novità della mobilitazione statunitense venne recepita dagli ambienti antagonisti italiani più attenti alle dinamiche internazionali. Questo spinse alla costruzione di diversi incontri, volti alla sensibilizzazione su quanto stava accadendo nel Mondo.

Che i fatti del dicembre 1999 a Seattle non fossero un episodio isolato, venne confermato dal fatto che nel corso dell’anno successivo la mobilitazione si intensificò di pari passo all’articolazione dei vertici internazionali.

A Napoli la novità delle contestazioni alla globalizzazione venne recepita da alcuni ambienti antagonisti, diversi fra loro per organizzazione e pratiche, ma accomunati dalla percezione che si stesse muovendo qualcosa di grosso.

Per prima, fu l’area dell’autonomia ad aprire le maglie di un ragionamento. L’attivo del Laboratorio Occupato Ska e di Officina 99, due importanti centri sociali occupati ed autogestiti, considerati “istituzioni” di movimento, ebbero l’intuizione di costruire alcuni incontri interlocutori con settori di movimento presenti in città. Fra questi, il comitato anti-sfratto, il movimento dei disoccupati, il movimento studentesco. Il successo di queste interlocuzioni produsse un passaggio successivo con un’apertura a settori legati all’arte di strada e al mondo della produzione musicale e cinematografica indipendente.

Da questo primo nucleo, nacque l’idea di costruire – in occasione dell’evento cittadino del Maggio dei monumenti – un appuntamento alternativo che richiamasse l’attenzione pubblica sulla necessità di costruire una mobilitazione attorno all’idea dei conflitti, dei bisogni, dei desideri. Nacque così il Contromaggio dei Movimenti[6], un evento che si estese all’intero mese e coinvolse militanti, proletari, artisti, intellettuali. L’assise portò in dote anche un’altra novità: l’apertura di un’interlocuzione con la sinistra alternativa parlamentare, verso cui gli ambienti dei centri sociali all’epoca avevano sempre nutrito diffidenza.

Man mano che si susseguirono i vertici internazionali, fra Europa, Asia e Nord America, il cosiddetto “popolo di Seattle” si ampliò e si diversificò, rendendosi sempre più eterogeneo e inglobando al proprio interno frange fino ad allora ritenute agli antipodi fra loro. Dai sindacati di base ai gruppi del cattolicesimo del dissenso, dai comunisti agli anarchici, dagli antagonisti agli ambientalisti, dalle femministe agli scout, il movimento crebbe in potenza e visibilità. Si giunse ad un punto in cui non erano più le organizzazioni sovranazionali come il WTO, il G8, l’OECD/OCSE a fare notizia, ma le contestazioni del movimento anti-globalizzazione.

Quando, nel tardo 2000, venne ufficializzata l’individuazione di Napoli come sede del terzo incontro del Global Forum OCSE, quei settori che avevano investito nell’importanza del recepire le istanze di questo movimento si attivarono per costruire una mobilitazione che contestasse il vertice. L’incontro in questione, su carta, non vedeva la partecipazione di capi di stato. Al contrario, venne presentato dapprima come un evento di second’ordine, relegato alla partecipazione di ministri, tecnici e burocrati. Questo per evitare, probabilmente, la concentrazione di una nuova mobilitazione antagonista. Tuttavia, il vertice segnava la prima uscita sul suolo italiano dei potenti della Terra e precedeva, seppur di pochi mesi, il più impegnativo e mediatico G8 di Genova.

Riguardo alla scelta della sede del G8, Napoli era in lizza per ospitare l’importante assise, ma la sua candidatura venne bocciata proprio perché ritenuta una piazza ad “alto rischio di disordini”.

L’annuncio del Global Forum proiettò in città la costruzione di alcuni eventi, promossi da tre aree diverse: l’area dell’autonomia (Ska e Officina 99), l’area istituzionale (Rifondazione comunista e Verdi), l’area terzomondista (Cooperativa ‘O Pappece, Rete Lilliput, padri comboniani, associazioni non governative). A questi, bisogna aggiungere la presenza dei Cobas, degli anarchici, dei movimenti sociali cittadini e dell’associazionismo più vario.

Nacque così la Rete No Global forum, che ebbe da subito una proiezione regionale, meridionale e, nella fase matura, nazionale. Il primo evento in cui si parlò esplicitamente della Rete No Global fu Adunata sediziosa, un festival di musica, politica, arte indipendente promosso con cadenza annuale dallo Ska e da Officina 99.

Il vero banco di prova , tuttavia, fu segnato dall’idea di promuovere una partecipazione di attiviste e  attivisti napoletani alla contestazione di tre vertici internazionali in Europa che precedevano il vertice OCSE di Napoli: Praga (settembre 2000), dove si svolse il vertice del Fondo Monetario Internazionale[7]; Nizza (dicembre 2000), dove si tenne il Consiglio europeo per discutere della Carta dei diritti fondamentali[8]; Davos (gennaio 2001), in occasione del Forum Economico Mondiale[9].

I tempi erano maturi per fare in modo che il “popolo di Seattle” si trasformasse in un vero e proprio movimento mondiale, che ebbe a Napoli il suo battesimo italiano.

Il logo della Rete No Global.

LE GUERRIGLIA COMUNICATIVA.

«Seattle, inoltre, evidenziò anche il momento d’inizio del mediattivismo, cioè un tipo di «giornalismo virtuale» fatto direttamente dai partecipanti alle manifestazioni: il mediattivista è, appunto, un attivista che usa i suoi media per raccontare la piazza, documentare forme e contenuti dei movimenti cercando di proporre un tipo di informazione che vada oltre i cancelli massmediatici tradizionali. Nelle settimane precedenti l’incontro ministeriale del 1999, a Seattle venne stabilito un «Indipendent Media Center», conosciuto con il nome di «Indymedia» (http://www.indymedia.com), un sistema mediatico autonomo basato su gruppi di attivisti e giornalisti indipendenti che, tramite computer, modem e telecamere digitali, furono in grado di riversare in tempo reale sul Web tutte le informazioni necessarie per documentare le azioni di protesta. Indymedia coordinò i reportages fotografici e i video dalle strade della città e i suoi siti, oggi presenti in numerosi paesi del mondo, offrirono informazioni 24 ore su 24 relative alle manifestazioni in corso»[10].

Napoli, fra le molte novità, introdusse anche quella del mediattivismo. Lo dimostra il fatto che una delle giornate di mobilitazione della Rete No Global venne dedicata al netstrike, ossia uno sciopero telematico (ritenuto illegale) che consisteva nell’invitare una massa considerevole di utenti possessori di accessi Internet e programmi browser a «puntare» i propri modem verso uno specifico sito ad un’ora precisa e ripetutamente, in modo tale da occupare il sito in questione fino a renderlo inutilizzabile per l’ora della mobilitazione e per alcune ore successive.

Il netstrike della Rete No Global venne utilizzato contro il sito di un gigante del trading on line, Fineco, per protestare contro l’immensa massa finanziaria che avvolge il pianeta 24 ore su 24, accentuando il potere dei ricchi e la miseria dei poveri.

La guerriglia comunicativa si estese ad altre azioni compiute durante le «Quattro giornate» di Napoli: un corteo serale, che precedette quello del 17 marzo, prese di mira le telecamere di videosorveglianza, oscurandole con della vernice, additandole come forma di controllo cibernetico della popolazione; si tennero alcuni mail bombing contro agenzie di lavoro interinale; vennero occupate due sedi universitarie ed una di queste (la facoltà di architettura) divenne la sede del media center del movimento no global.

Non solo. Nei mesi precedenti, gli attivisti napoletani crearono un sito-fake dell’evento promosso dall’OCSE. In assenza di un portale istituzionale, l’iniziativa ebbe talmente tanto successo che spinse numerosi giornalisti italiani e stranieri a contattare il sito per richiedere gli accrediti stampa. A ridosso del Global forum, venne esplicitata la natura del portale con un comunicato che riportava le ragioni dei manifestanti e creando grande disorientamento e scalpore nelle forze governative.

La natura stessa del movimento, non casualmente strutturato in rete, consentì inoltre di poter svolgere in simultanea azioni virtuali e reali: l’occupazione di un’agenzia di lavoro interinale, la Adecco, in via Depretis, per protestare contro il precariato lavorativo; le azioni di disturbo ad alcuni negozi di multinazionali per denunciare l’utilizzo di OGM[11], come nel caso del Mc Donald di via Sanfelice.

In sintesi, si può dire che il movimento no global puntasse ad utilizzare internet e gli stessi strumenti del capitalismo per contrattaccare i suoi fautori. L’obiettivo era di costruire una «strategia gramsciana del movimento», realizzata con un grande coordinamento interno, finalizzata a costruire disturbo e consenso replicando punto su punto alle ingiustizie che venivano denunciate.

La Rete No Global di Napoli si attrezzò di un proprio sito, nato nel novembre del 2000 all’indomani della manifestazione di Praga e in vista del Global Forum del marzo successivo. Il portale non presentava una struttura classica di coordinamento intergruppi, né un’associazione formale con soci e statuto. Si trattava, piuttosto, di una sorta di «contenitore» di confronti fra realtà le realtà territoriali del Sud, che si basò su un’agenzia di informazione autogestita diretta dal Laboratorio Occupato SKA [Sperimentazione Kultura Antagonista].

«La homepage si presenta distinta in due parti che si occupano di segnalare iniziative e di trattare argomenti di diverso tipo: sulla sinistra compaiono tre colonne che rimandano a dossier e articoli riguardanti la Palestina, il movimento no global meridionale («del Sud ribelle») e il dibattito della libera informazione. La parte destra, invece, è occupata dai No Global Networknews che comprende gli updates, cioè gli aggiornamenti relativi ai fatti avvenuti negli ultimi due anni, e le no global news riguardanti le manifestazioni organizzate dai centri no global campani. Dalla homepage è inoltre possibile accedere a «Radio Gap» e diversi links di «servizio per i saperi sociali» e quello per «un’università accessibile a tutti»[12].

Il network, dunque, più che replicare slogan e lessico di altre esperienze, si mostrò capace di recepire le esigenze concrete del territorio, aprendosi ai conflitti e ai bisogni reali degli studenti, dei lavoratori atipici, dei disoccupati ponendo l’accento sulla questione del salario garantito in una regione come la Campania che ancora oggi – secondo stime Svimez ed ISTAT-  conosce tassi di disoccupazione giovanile che oscillano tra il 55-60% e sono in vertiginoso aumento con gli effetti della pandemia da Covid-19.

Un cartello alla facoltà di Architettura.

LE QUATTRO GIORNATE DI NAPOLI CONTRO LA GLOBALIZZAZIONE.

Il vertice internazionale si tenne dal 15 al 17 marzo 2001. Al centro del Global Forum OCSE di Napoli c’erano la «trasformazione della forma stato» e l’e-government. I manifestanti, forti delle contestazioni svoltesi da Seattle in poi in giro per il Mondo, acquisirono grazie alla strategia comunicativa e al percorso politico pregresso un notevole peso sociale.

Napoli, ritenuta dal Viminale una piazza calda, divenne la prima città d’Italia a sperimentare la «zona rossa». Ai cittadini venne inibita una porzione cospicua del centro storico, raccolta attorno ad un’area di 3km². La zona venne sottoposta a controllo militare con l’impiego di migliaia di agenti di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza a presidio di un vertice mondiale di ministri, tecnocrati e capi di stato.

La composizione del movimento fu estremamente eterogenea, eppure comunemente intenzionata a respingere dalla città quell’evento. Durante le “Quattro giornate contro la globalizzazione” si sviluppo un percorso di azioni, iniziative, proteste simboliche che sarebbero culminate nella mobilitazione conclusiva del 17 marzo.

Per quattro giorni consecutivi, si moltiplicarono eventi ed iniziative tese a costruire la contestazione. Il 14 marzo le danze vennero aperte da una street parade, un vero e proprio corteo allegorico accompagnato da carri musicali che attraversò le vie del centro cittadino. Nei pressi della Questura, tre volanti dei Carabinieri attraversarono a tutta velocità il corteo, rischiando di investire dei manifestanti. L’episodio venne letto come una provocazione e si inscenarono alcune tensioni che, tuttavia, non sfociarono in scontri.

Durante la mattina del 15 si svolse un corteo, volto ad oscurare le telecamere di videosorveglianza sparse in città. Con scope e vernice gli attivisti no global denunciarono la tendenza al controllo della popolazione. Nel pomeriggio, ebbe luogo il netstrike, lo sciopero virtuale con l’attacco al sito della Fineco. Nelle sedi universitarie occupate vennero istituiti dei veri e propri hack-lab, da cui partì il bombardamento telematico. In serata, si svolse anche un’iniziativa sulle carceri per denunciare lo stato di abbandono, repressione e maltrattamento dei detenuti.

Nel corso della giornata del 16 marzo si svolsero una serie di azioni. Le principali furono: l’occupazione dell’agenzia di lavoro interinale Adecco; l’occupazione del Mc Donald; l’occupazione del Banco di Napoli. Tutte queste azioni avevano ad oggetto la denuncia della finanziarizzazione dell’economia, dello sfruttamento del lavoro interinale, la critica serrata alle multinazionali e alla devastazione ambientale.

Sempre il 16, si tenne una conferenza dal titolo: I movimenti e la globalizzazione, che segnò l’avvio di un vero e proprio rapporto con la stampa, finalizzato al lancio del corteo del giorno successivo.

Il 17 marzo, giornata conclusiva del vertice, si svolse una grande manifestazione. Vi furono adesioni da tutta Italia e da diversi paesi esteri. L’obiettivo dei manifestanti era di cingere d’assedio la «zona rossa» violandone simbolicamente il perimetro. Al corteo presero parte circa 30 mila dimostranti. Vi spaziavano all’interno le numerose anime del movimento no global.

La testa del corteo recava uno striscione con la scritta: “No Pasaran – Jatevenne” e la firma della Rete Campana No Global Forum. Il concentramento si tenne a piazza Garibaldi, nei pressi della stazione ferroviaria centrale. Raccolta la propria forza, i manifestanti iniziarono a sfilare per le vie del centro di Napoli, attraversando Corso Umberto I (a Napoli, conosciuto come Rettifilo), via Depretis ed entrando infine in piazza Municipio, luogo in cui cominciava la perimetrazione della «zona rossa».

I primi incidenti si verificarono all’altezza di via Mezzocannone, nei pressi della sede centrale dell’Università “Federico II”. Al passaggio di uno spezzone anarchico, ritenuto “sospetto”, si verificò una carica dei Carabinieri che bastonarono i malcapitati non con il manganello di ordinanza, ma con il calcio del fucile. Accorsero di rincalzo poliziotti in assetto anti-sommossa.

In questo primo episodio, il corteo si spaccò momentaneamente in due tronconi. Nel fuggi fuggi generale, alcuni manifestanti, molti di questi giovanissimi, rimasero travolti dalla calca e vennero brutalmente pestati. Ancora sanguinanti, diversi vennero trasportati all’ospedale del centro antico, il “Pellegrini” ed ivi vennero identificati dalla Digos[13] e tradotti nella Caserma “Raniero”. Dopo la carica, il corteo si ricompattò.

Poco dopo, in piazza Borsa, si verificarono nuovi scontri fra manifestanti e forze dell’ordine, ma ebbero durata relativamente breve. L’imponenza numerica della manifestazione portò la testa ad entrare in piazza Municipio mentre la coda si trovava ancora in via Depretis.

In piazza Municipio, le forze dell’ordine avevano posto delle barriere di metallo sopra i blindati. Queste, poste l’una accanto all’altra, composero un’unica grande barriera entro cui vi erano delle vere e proprie porte che, all’occorrenza, potevano essere aperte dagli agenti in assetto antisommossa per attaccare i fianchi della manifestazione. Parimenti, tutte le vie laterali alla piazza furono chiuse da altri mezzi ed unità di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza. Fu la famosa «Gabbia» denunciata poi dai manifestanti. In termini militari, il corteo venne completamente accerchiato, venendo tagliato fuori da qualsiasi via di fuga.

La testa si posizionò per tentare di violare la «zona rossa». All’altezza di via Leoncavallo (adiacente a piazza Municipio) si verificò il contatto fra manifestanti e forze dell’ordine. Il corteo venne letteralmente bombardato da gas CS, un tipo di lacrimogeni altamente urticanti che, seppur considerati non letali dalla legislazione italiana, provoca una violenta infiammazione delle mucose, dei condotti lacrimali e delle vie respiratorie.

In simultanea, partirono da più parti le cariche al corteo: la testa venne staccata dal resto della manifestazione. Le cariche più brutali si verificarono ai fianchi della manifestazione, seminando il panico fra le decine di migliaia di persone, bersagliando qualsiasi tipo di persona: anziani, donne, adolescenti. Vennero coinvolti anche persone estranee al corteo che si trovavano di passaggio.

Spezzoni di manifestanti si raccolsero, in cerca di fuga, tra Calata San Marco e Molo Beverello, prospiciente piazza Municipio. Diversi manifestanti vennero spinti durante le cariche verso il fossato del Maschio angioino, dove qualcuno vi precipitò. Dopo un paio d’ore, i manifestanti, ormai disgregati, rifluirono nelle vie del centro città.

Nel frattempo, le strade si erano lastricate di sangue. Centinaia di manifestanti furono feriti. Alcuni vennero soccorsi al Laboratorio occupato SKA, dove un team di medici, infermieri e studenti di medicina fornì un primo soccorso ai feriti più lievi. Quelli gravi, vennero trasportati d’urgenza dalla piazza all’ospedale “Pellegrini”. In quel luogo, in modo inedito, si concentrarono forze dell’ordine che rastrellarono i reparti del pronto soccorso e fermarono manifestanti, traducendoli nella Caserma “Raniero”.

17 marzo 2001. Il contatto del corteo con la “zona rossa” (Piazza Municipio, angolo via Leoncavallo)

IL LIBRO BIANCO: L’INCUBAZIONE DEL G8 DI GENOVA.

«È stata riscontrata la fermezza delle “Forze dell’Ordine” nell’impedire agli operatori sanitari del 118 di svolgere il loro lavoro di pronto intervento e di trasporto di persone, gravemente ferite, verso gli ospedali. Ma le testimonianze vanno molto oltre quello che è accaduto nella “Gabbia” allestita temporaneamente in occasione della repressione di una grande manifestazione democratica. Si evince la crudeltà di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza all’interno degli ospedali e le pressioni portate nei confronti del personale medico e paramedico al fine di rendere meno tempestive le cure ai feriti. Vengono rese pubbliche le violenze fisiche e psicologiche subite dai fermati all’interno dei drappelli di polizia allestiti negli ospedali, delle caserme e dei commissariati (in particolare, la caserma “Raniero”). Violenze difficilmente dimostrabili se non mediante un riscontro congiunto delle dichiarazioni delle donne e degli uomini che le hanno dovute subire»[14].

Così riporta la premessa del «libro bianco» curato dal Laboratorio Occupato SKA, che raccoglie e denuncia tutte le violenze perpetrate dalle forze dell’ordine nel corso delle quattro giornate di mobilitazione contro il Global Forum. Questo testo ebbe un’importanza fondamentale per istruire la denuncia che gli avvocati di movimento sporsero per chiedere la condanna delle brutalità poliziesche a danno dei manifestanti.

A Napoli, un vero e proprio legal team prese vita solo in seguito agli efferati episodi del 17 marzo. Già in piazza, alcuni intervennero durante le cariche per impedire che si perpetrassero ulteriori violenze a danno dei manifestanti. Negli scontri, venne coinvolto addirittura un praticante procuratore, estraneo ai disordini, che trasportò al pronto soccorso un’amica e con essa venne tradotto presso la caserma di Polizia di Stato “Raniero Virgilio”, ove – assieme ad altri 85 manifestanti – subì violenze, percosse, minacce, umiliazioni.

I funzionari di PS fecero pressione sulle direzioni sanitarie degli ospedali per acquisire il registro con le generalità dei manifestanti feriti, che vennero rastrellati e trasportati per “ulteriori accertamenti” in commissariato. Agli avvocati venne impedito di parlare coi manifestanti feriti trattenuti in stato di fermo al pronto soccorso dell’Ospedale “Pellegrini”, così come venne impedito ai legali l’ingresso all’interno della caserma “Raniero”.

Dal «libro bianco» dello SKA, scritto all’indomani degli episodi di Napoli, emerse un quadro inquietante. Di fatto, si palesò una sorta di cabina di regia della repressione poliziesca che agì impunemente abusando delle proprie funzioni e travalicando le proprie competenze. Il testo divenne oggetto di clamore mediatico e venne utilizzato come base dell’intervento che Fausto Bertinotti fece alla Camera dei Deputati per denunciare l’accaduto.

Dagli atti processuali[15], si deduce che le forze dell’ordine provarono immediatamente a sequestrare il testo di denuncia dello SKA. In particolare, dalla testimonianza di un funzionario di PS, si evince la volontà di acquisire quel documento per procedere all’identificazione degli acronimi dei denuncianti.

Il 26 aprile 2002, a più di un anno dalle violenze perpetrate dalla polizia al Global Forum di Napoli, finirono in manette due funzionari della Questura: Carlo Solimene (che sarà indagato anche per le violenze alla scuola “Diaz” durante il G8 di Genova del luglio 2001) e Fabio Ciccimarra. Assieme a loro, vennero arrestati altri sei poliziotti (gli ispettori Pietro Bandiera, Michele Pellegrino, Francesco Incalza, Francesco Adesso e Luigi Petrone, tutti in servizio alla Squadra mobile della Questura di Napoli. L’ottavo destinatario dei provvedimenti, Paolo Chianese, si trovava in viaggio di nozze negli Stati Uniti).

L’operazione, ordinata dalla Procura della Repubblica di Napoli venne affidata ai Carabinieri e provocò una rivolta nella Questura di via Medina, dove oltre 100 agenti cercarono di bloccare il trasferimento agli arresti domiciliari dei colleghi, formando una catena umana intorno all’edificio. Il caso fece clamore.

Il giorno successivo, 27 aprile, si apprese che i capi di imputazione erano otto. Nelle 68 pagine dell’ordinanza, il giudice per le indagini preliminari citò 82 testimonianze, per la maggior parte appartenenti a giovani che parteciparono alla manifestazione, molti dei quali prelevati dagli ospedali dove si erano recati per farsi medicare le ferite.

Le deposizioni furono incentrate in particolare sulla caserma “Raniero”, dove vennero trasportati i manifestanti fermati. Le testimonianze raccolte raccontavano di ragazze e ragazzi privati di cellulari e apparecchi fotografici, tradotti nel «centro benessere» della caserma, dove vennero pestati, insultati, costretti a inginocchiarsi, a compiere flessioni e, spesso, a denudarsi in bagni sporchi di sangue vomito e urina. Alcuni denunciarono di essere stati sottoposti a perquisizioni anali. Altri, di essere stati presi a calci in faccia. Le ragazze, quasi tutte, denunciarono di essere state chiamate «troia», «puttana», «zecca» e di essere state minacciate di violenza sessuale e in almeno due casi di averle ricevute.

Il 4 maggio 2002, i poliziotti iscritti nel registro degli indagati salirono a 100, mentre le persone offese aumentarono a 87. I reati ipotizzati nel cosiddetto modello 21 della Procura furono di concorso in sequestro di persona, abuso di ufficio, violenza privata, lesioni personali, lesioni aggravate, falso ideologico e violenza sessuale.

17 marzo 2001. Un manifestante inerme oggetto delle brutali cariche delle forze dell’ordine

Gli indagati appartenevano in maggior parte all’Ufficio prevenzione generale e alla Squadra mobile della Questura, ma vennero coinvolti anche agenti in servizio presso vari commissariati della città, il Reparto prevenzione crimine, la polizia scientifica. Tre delle persone sottoposte a indagini erano donne.

L’11 maggio dello stesso anno, il Tribunale del riesame ordinò la scarcerazione degli otto arrestati, ma negò la contestazione del reato più grave, il sequestro di persona, confermando l’esistenza di gravi indizi di colpevolezza in ordine agli altri reati. Il 22 febbraio del 2003, vennero concluse le indagini: da 100, gli indagati passarono a 32. L’avviso di chiusura delle indagini preliminari fu firmato dal procuratore aggiunto Paolo Mancuso e dai sostituti Francesco Cascini e Marco Del Gaudio.

Il 14 giugno 2003, la Procura di Napoli chiese il rinvio a giudizio per 31 poliziotti. I reati contestati andavano dal sequestro di persona, alle lesioni e violenza privata. Vennero imputati 29 agenti e 2 funzionari in servizio quel giorno alla caserma “Raniero”. La Procura chiese l’archiviazione per gli altri poliziotti iscritti sul registro degli indagati.

Il 13 aprile 2005, davanti alla quinta sezione del Tribunale di Napoli, cominciò il processo ai 31 poliziotti. Tra un rinvio e l’altro, il processo si protrasse incredibilmente per ben quattro anni. Accade così che il 21 gennaio 2009 il pubblico ministero Fabio De Cristofaro, nel corso di un’udienza, si vide costretto a dichiarare prescritti una quarantina di capi di imputazione contestati ai poliziotti – dall’abuso di ufficio alla violenza privata e lesioni – eccetto i reati più gravi: sequestro di persona e falso ideologico. Il 17 ottobre, il pm Marco Del Gaudio chiese 21 condanne. Le più pesanti (2 anni e 8 mesi) per i funzionari Fabio Ciccimarra e Carlo Solimene.

Il 22 gennaio 2010, a quasi nove anni dagli incidenti, arrivò la sentenza di primo grado. Furono accolte solo in parte le richieste dell’accusa. Dieci poliziotti vennero condannati. Ciccimarra e Solimene vennero condannati a 2 anni e 8 mesi. Pene varianti, dai 2 anni e sei mesi ai 2 anni, vennero emesse per altri otto agenti, mentre furono undici i poliziotti assolti. Per gli altri dieci agenti sotto processo venne dichiarata la prescrizione dei reati.

Tre anni dopo, il 9 gennaio 2013, il processo – durato per due gradi di giudizio ben 12 anni – si concluse con una dichiarazione generale di prescrizione con una sentenza emessa dalla Corte di Appello di Napoli.

Il 9 ottobre 2014, la quinta sezione penale della Corte Suprema di Cassazione, presieduta dal Presidente Maurizio Fumo, rigettò il ricorso dei dieci poliziotti imputati di violenze, confermò il giudizio di colpevolezza e condannò ciascun ricorrente al rimborso delle spese processuali in favore di sei manifestanti. Purtroppo, però, il giudizio di colpevolezza non sortì alcun effetto, in quanto la quasi totalità dei reati contestati era caduta in prescrizione.

Diversi furono i tempi della giustizia italiana per i no global ritenuti tra i responsabili degli scontri con le forze dell’ordine. Il 24 luglio 2004 si conclusero le indagini contro 11 manifestanti, fra cui il portavoce della Rete No Global, Francesco Caruso. I reati ipotizzati furono la resistenza a pubblico ufficiale, il possesso di oggetti atti ad offendere, l’uso di armi improprie (come gli scudi di plexiglass).

L’11 giugno 2010 si giunse alla sentenza con tre assoluzioni, cinque prescrizioni e una condanna a tre anni, che vennero condonati.

17 marzo 2001. Il corteo no global

CONCLUSIONI.

Napoli segnò una tappa fondamentale per la costruzione della contestazione al G8 di Genova, che si svolse nel luglio 2001. A Genova, il 20 luglio di quell’anno un manifestante, Carlo Giuliani, venne ucciso da un colpo d’arma da fuoco esploso da un Carabiniere ausiliario, Mario Placanica. Le brutalità delle forze dell’ordine perpetrate a danno di centinaia di manifestanti portarono a numerose denunce e all’istituzione di una Commissione d’inchiesta parlamentare sui fatti del G8. Anche in quel caso, i tempi della giustizia italiana furono lunghissimi e non sortirono alcun effetto di sorta.

Al contrario, sappiamo che molti ufficiali di Polizia e dell’Arma dei Carabinieri, passata la maretta, fecero poi carriera nei gangli dello Stato.

In seguito alle vicende giudiziarie in cui vennero coinvolti, gli stessi poliziotti protagonisti delle vicende della caserma “Raniero”, anche se non hanno potuto accedere a posizioni di alto rango, hanno maturato scatti anzianità e progressioni economiche. Tuttavia, nonostante le 10 condanne comminate in primo grado, nessun poliziotto pagò i conti con la giustizia per le brutalità del 17 marzo 2001.

Lo Stato è risultato debole nei confronti dei suoi servitori che hanno abusato del proprio potere e hanno perpetrato violenze a danno di inermi.

A quanto è noto, uno dei manifestanti che ha denunciato le violenze subite presso la Caserma “Raniero” ha rinunciato a fruire del rimborso delle spese processuali comminato dalla Corte Suprema di Cassazione. Ha considerato la sentenza una vera e propria beffa da parte di uno Stato incapace di epurare dalle sue forze armate le «mele marce» e quell’inquadramento fascista che nulla ha a che vedere con lo stato di diritto di un paese democratico.

Al di là delle vicende giudiziarie, le «Quattro giornate di Napoli contro la globalizzazione» furono un esperimento politico e sociale che riuscì a dare inizio al “popolo di Seattle” in Italia. L’esperimento della Rete No Global, a distanza di vent’anni, rimane ineguagliato sul territorio campano per capacità d’iniziativa politica, eterogeneità, forza numerica. Quel movimento si agganciò ad un vento di contestazione mondiale verso il capitalismo ed i meccanismi di globalizzazione agli inizi del XXI Secolo.

Il «libro bianco» dello SKA venne poi arricchito di testimonianze ed elementi, confluendo in una pubblicazione: Zona rossa. Le «Quattro giornate di Napoli» contro il Global Forum a cura della Rete No Global – Network Campano per i diritti globali, edito nel 2002 da DeriveApprodi.

Il network di Indymedia Italia nacque durante la contestazione al Global Forum. I fatti raccontati più sopra sono in parte raccolti in un video-documentario: Zona rossa. No Global Forum – Napoli 2001, reperibile su InsuTV al link: http://www.insutv.org/zona-rossa-no-global-forum-napoli-2001/ .

Il presente lavoro è parte di un’attività d’inchiesta condotta nel corso dei mesi di febbraio-marzo 2021 dal sottoscritto. Sono state raccolte numerose interviste ad esponenti ed attivisti della Rete No Global e materiali multimediali, che verranno proposti prossimamente in un lavoro più complessivo e inedito.

Si ringraziano tutte le compagne e i compagni che hanno contribuito e contribuiranno a questo lavoro, finalizzato a non disperdere la memoria e a preservare gli insegnamenti di un ciclo di lotte in cui il consenso e il conflitto ebbero dimensione mondiale. Si ringrazia, in particolare, l’avvocato Liana Nesta per la collaborazione. Tutte le immagini sono state messe a disposizione da attiviste e attivisti della Rete No Global.

16/3/2021


[1] Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico. In inglese, l’acronimo è OECD e sta per Organization for Economic Co-operation and Development. Questo organizzazione internazionale, che attualmente riunisce 37 paesi al Mondo, aggrega ed orienta stati aventi un’economia capitalista, promuovendo studi ed indicazioni volti al consolidamento delle politiche neoliberiste.

[2] Il Gruppo degli 8, di solito abbreviato in G8, è stato un forum politico tenutosi dal 1997 al 2014, che riuniva gli otto governi nazionali di Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito, Russia e Stati Uniti d’America più i rappresentanti dell’Unione europea

[3] World Trade Organization (in italiano, appunto, Organizzazione Mondiale del Commercio) è un’organizzazione internazionale costituita attualmente da 164 paesi.  Le sue funzioni sono sostanzialmente due: costituisce il forum negoziale (mediante incontri definiti round) per la discussione sulle normative del commercio internazionale; dovrebbe risolvere le dispute internazionali inerenti il commercio fra paesi. Spesso i vertici del WTO sono stati dei veri e propri fallimenti (Seattle 1999, Cancun 2003) dovuti all’opposizione sorta dai paesi del Sud del Mondo ai diktat imposti da Stati Uniti d’America ed Unione Europea. Nei primi anni 2000, gli incontri promossi dal WTO sono stati oggetto di poderose contestazioni di massa in tutto il globo.

[4] A Seattle scesero in strada sessantamila manifestanti. Il racconto di quella prima mobilitazione, che diede origine al movimento planetario contro il capitalismo a ridosso degli anni 1999-2002, è affidato a diversi documentari reperibili in rete. In questa sede, se ne suggerisce uno in lingua inglese dalla breve durata e facile comprensione, ma si rimanda a letture più approfondite: https://www.youtube.com/watch?v=-t13R6ej-WQ

[5] La Convenzione di Schengen (Germania) è un accordo che delimita la libera circolazione dei cittadini appartenenti all’Unione Europea, equiparati de facto a merce. Ogni Stato sottoscrittore dell’accordo può sospendere, a determinate condizioni e per un determinato periodo di tempo, questo trattato chiudendo le proprie frontiere nazionali, generalmente per impedire la libera circolazione di cittadini europei ed extracomunitari.

[6] Esiste tuttora una scaletta di quell’evento, consultabile al link: https://www.rockit.it/news/contromaggio-movimenti

[7] Per approfondire, si rimanda al link: https://www.infoaut.org/storia-di-classe/26-settembre-2000-praga-contro-il-fmi

[8] Si ricorda che i manifestanti italiani vennero bloccati a Ventimiglia per la sospensione degli Accordi di Schengen, a pochi chilometri dalla frontiera con la Francia. Su Nizza, si rimanda alla seguente lettura: https://www.repubblica.it/online/mondo/nizza/proteste/proteste.html . Per approfondire quanto accadde a Ventimiglia, si rinvia al link: https://www.repubblica.it/online/mondo/nizza/italia/italia.html

[9] Per saperne di più, si rimanda al link: https://www.tmcrew.org/laurentinokkupato/a4newsbot/04_a4newsbot.PDF

[10] Chiara Fonio, I movimenti collettivi nell’epoca della globalizzazione. I No Global in Italia, in Studi di Sociologia, anno 42, Fasc. 2 (Aprile-Giugno 2004), Published by: Vita e Pensiero – Pubblicazioni dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, pg. 222

[11] Gli organismi geneticamente modificati, sono organismi viventi che possiedono un patrimonio genetico modificato tramite tecnologia del DNA ricombinante, che consentono l’aggiunta, l’eliminazione o la modifica di elementi genici. Tramite l’ingegneria genetica, è possibile controllare l’agricoltura, la botanica, l’esistenza stessa degli esseri viventi. L’applicazione di questa tecnologia ha immensamente favorito le multinazionali del settore agroindustriale e farmaceutico ed è stata oggetto di ricorsi giurisprudenziali internazionali fra stati. L’introduzione di OGM distrugge le biodiversità, desertifica la produzione, intacca al ribasso il cosiddetto mercato del lavoro. Il principale paese al Mondo che investe in questo tipo di tecnologia sono gli USA.

[12] Chiara Fonio, op.cit., pg. 233.

[13] Divisione Investigazioni Generali e Operazioni Speciali. Sotto questo acronimo si raccolgono una serie di uffici incardinati in ogni Questura, che hanno dei compiti speciali per conto della Polizia di Stato. Essenzialmente, svolgono un lavoro di controllo politico sulla cittadinanza e si attivano in occasione di manifestazioni pubbliche o eventi dal richiamo mediatico. Anche se compiti e funzioni sono mutati nel tempo, l’istituzione della Digos discende storicamente dall’OVRA, Opera Vigilanza Repressione Antifascismo, polizia politica del regime mussoliniano che represse qualsiasi forma di dissenso al regime.

[14] Eravamo a piazza Municipio… Appunti sui fatti del 17 marzo 2001, a cura della Rete Campana per i Diritti Globali, anno 2001.

[15] Tribunale di Napoli, V sezione penale, procedimento penale n. 9702/04 R.G., a carico di Solimene Carlo + 30, udienza del 16 dicembre 2005, pg. 4. 

Da Napoli a Genova

(di Daniele Maffione)

Sono nato e cresciuto a Soccavo, un quartiere della periferia flegrea della mia città. Abitavo esattamente accanto al “Campo Paradiso”, dove si allenava il Napoli di Maradona. Alle elementari, andavo alla scuola pubblica di via Piave, dove feci tre anni di asilo e la primina.

A scuola, noi che venivamo dalla “Croce di Piperno” avevamo due nemici giurati: i vomeresi e gli juventini. Manco sapevo cos’erano all’epoca, ma li odiavo a prescindere. Tutti li odiavamo. Erano nemici del popolo e noi li disprezzavamo.

Quando avevo 14 anni, la mia famiglia venne sfrattata da casa. I miei fecero i salti mortali per cercarci una nuova sistemazione. Infine, la trovarono al Centro Direzionale, una colata di cemento armato che sprofonda letteralmente in un terreno paludoso al doppio della velocità della Torre di Pisa. Il luogo, a me ignoto, era situato nella periferia est della città. Il che avrebbe segnato l’importante scalata sociale della mia famiglia, che sostanzialmente cambiava periferia.

D’improvviso mutava tutto: scuola, abitudini, conoscenze. Non è mai facile ricominciare tutto daccapo. Dei vecchi amici della “Croce di Piperno” seppi poi, da grande, che uno era finito in un agguato di camorra, un altro era stato arrestato, un altro ancora divenne padre a 18 anni. Cose che succedono in periferia.

Ricordo che il trauma più grande fu il passare dal cielo stellato, che ogni sera vedevo dalla finestra della vecchia casa ai piedi della collina dei Camaldoli, ai neon fluorescenti della Wind al Centro Direzionale, che ogni notte invadevano prepotentemente la stanza da letto che condividevo con mia sorella.

Faticavo ad ingranare nella nuova scuola, il liceo Umberto I, sito nel quartiere benestante della città, ossia Chiaia. Mia madre volle mandarmi a tutti i costi lì: “è la migliore scuola di Napoli”. Ma non lo sentivo il mio ambiente. Venivo guardato come il “diverso”, perché non vestivo con abiti di marca, perché venivo da un altro quartiere, perché mio padre e mia madre non facevano il medico e il notaio.

Venni bullizzato più volte. Divenni la “zecca”, soprattutto perché crescendo passai dal vergognarmi per come ero al farne un gesto di sfida.

Beninteso, le cose non andavano meglio al Centro Direzionale. Nella periferia orientale, noi eravamo visti come gli “altolocati”, perché si è sempre i vomeresi di qualcun altro (essere juventino è un’altra cosa). Se andavi a giocare a pallone, potevi ritrovarti bersaglio del lancio di pietre e bottiglie di bande di coetanei che venivano dai rioni popolari limitrofi, in particolare il rione Vesuvio e il rione Luzzatti.

Giustamente, venivamo visti come quelli che non condividevano l’abbandono e le privazioni del popolo, anche se fra noi c’erano pure figli di operai, impiegati di basso livello, ceto medio impoverito. Di base, la vita ci stava dicendo: “O lottate per guadagnarvi il vostro posto nel mondo o sarete schiacciati”.

Il mio incontro con la politica avvenne in tre modi: la lettura di una vecchia biografia di Che Guevara; i racconti di mia sorella maggiore, militante del movimento studentesco del ’94 e attivista di Rifondazione comunista; l’ incontro con il collettivo della mia scuola, che mutò profondamente il mio modo di percepire quel luogo.

A 16 anni, mia madre si ammalò di ictus. Manco sapevo cos’era, pensavo fosse comunque qualcosa di passeggero. Mi sbagliavo. Per farla breve, casa si trasformò in un’infermeria e noi divenimmo gli infermieri. Ricordo che mio padre, costretto ad accendere il mutuo sull’appartamento, che nasceva dell’Inpdap per divenire di Romeo immobiliare, fu preso dal panico e decise di ritirarmi da scuola. La cosa non avvenne, perché decisi di andarci autonomamente con 30 minuti di metropolitana (se tutto andava bene) e 25 minuti di cammino tra una fermata e la destinazione. Il tutto obliterando per mesi lo stesso biglietto e sfuggendo (se ci riuscivo) dai controllori (che un po’ juventini lo erano).

Quel clima pesante fu rotto da tre cose: il sostegno poderoso di tre compagni di classe; il sostegno poderoso di tre insegnanti di scuola (di cui una di matematica che inizialmente mi odiava); il sostegno poderoso della militanza politica.Superai l’anno per il rotto della cuffia. Fu una grande vittoria personale. Tanta fu la spinta emotiva, che strinsi nuove amicizie. Pure al Centro Direzionale.

Il problema dell’agibilità in strada, però, rimaneva. L’unico luogo di aggregazione per noialtri divenne un posto di cui avevo sentito parlare nelle canzoni dei 99 posse: il CSOA “Officina 99”. Prendemmo a frequentare il luogo per serate della semina e concerti di gruppi emergenti. Al principio, funzionava così. Si stava bene lì dentro. Era un gran posto, frequentato da gente che ritenevo fichissima e che conosceva un sacco di cose che ignoravo.

Io, però, nel mio desiderio di fuggire dalla periferia (e, soprattutto, da casa) presi a frequentare anche altri giri e, tramite amici di scuola arrivai al circolo di Rifondazione comunista in vico San Guido, nella zona popolare di Chiaia. Lì conobbi altre persone e presi a frequentare (senza tessera) per circa un anno gli incontri di Partito dove si parlava di Seattle, che pensavo fosse nota solo per la musica grunge, che adoravo. Invece, da lì stava giungendo un vento di ribellione che avrebbe spazzato il mondo.

Poi, vennero le manifestazioni, i presidi, gli scontri ai cancelli della NATO, le fughe di casa per andare ad occupare treni che ci avrebbero portato in giro per il Paese. E tante, tante altre cose.

Questa sera, dopo vent’anni, ho reincontrato un compagno di Officina, una vera bandiera del movimento antagonista napoletano. Mi ha squadrato, poi mi ha piantato lo sguardo negli occhi e mi ha detto: “È bello il tuo articolo sulla Rete no global. Ma devi aggiungere delle cose se vuoi dare voce ai senza voce”. E mi ha dettato un mare di appunti, circondato da altri compagne e compagni incuriositi che davano consigli, contatti, riferimenti.

Si giocano frammenti di vita, di lotta, di entusiasmo. Un attimo prima ti senti solo. Un momento dopo, ti senti parte di un mondo in cammino che non ha mai seppellito le asce di guerra. Ci chiamavano no global. Ma io ho sempre visto dei sognatori che lottavano affinché tutti potessero spegnere i neon di fronte casa e guardarsi la bellezza del cielo trafitto di speranze e di stelle.

Photo: Una veduta del Vesuvio (scatto dell’autore)

L’amore ai tempi dell’odio

di Akor Ottotrè

DS

“L’amore ha diverse età.

Diverse facce.
Diversi linguaggi e forme.
È come un rigagnolo d’acqua,
che può prosciugarsi
quasi del tutto
o divenire torrente.
Se l’amore potesse scrivere un poema,
dovrebbe anzitutto parlare del proprio antagonista: l’indifferenza.
Sì, perché l’indifferenza è quell’ombra
che si cela dietro gli angoli angusti di rapporti spenti o nei vicoli ciechi dell’abitudine.
Frasi ripetute stancamente, dall’antico sapore romantico, possono divenire pesanti come macigni,
che rotolano giù dai pendii di una montagna.
L’amore ha diverse età.
Diversi modi di palesarsi.
Diverse melodie cui aggrapparsi
per rimanere sveglio.
L’amore è lotta perpetua
contro se stessi,
contro il proprio orgoglio,
contro il pregiudizio
O contro la propria autoconservazione.
L’amore è nemico dell’istinto di sopravvivenza.
Se incontra la gelosia e l’infantilismo,
l’amore può divenire goffo come un bimbo al suo primo giorno di scuola.
Se, invece, incontra il possesso e la collera, l’amore muore e diventa un cerbero violento, che uccide e distrugge.
L’amore, quello vero, è come una stella scintillante, che appare dopo una terribile tempesta e tramanda nello splendore di raggi d’argento la propria luce remota.
L’amore ha diverse età.
Può essere fanciullo che cerca protezione,
Adolescente ribelle,
Adulto e lungimirante,
Vecchio e spento come una mela ammuffita.
L’amore può avere le curve di un corpo,
Il colore degli occhi,
La forma dei capelli,
La carnosità di una bocca dischiusa in un dolce suono di ancestrale richiamo.
L’amore, quello vero, è molte cose e non una soltanto.
Esso respira quando incontra l’arte, la musica, il pianto di un bimbo, il miagolio di un gattino abbandonato o una partita di pallone.
L’amore lega con i suoi simili:
con l’amicizia, è croce e delizia.
Con la pazienza, alza lo sguardo e fa penitenza.
Con la passione, è fuoco e rivoluzione.
Invece, col gioco, perde tempo, che diviene sempre poco.
L’amore ha diverse età.
Non ha colori di pelli,
credi religiosi, nè confini.
L’amore non è dio, patria, famiglia,
tradizione.
Non è eterosessuale.
L’amore è universale.
C’è stata una volta che un cosmonauta ha viaggiato nello spazio e, voltandosi alle spalle, ha dichiarato amore al proprio pianeta.
L’amore è una bambina che gioca con i trucchi della mamma e dipinge allo specchio, tratteggiando il proprio volto paffuto.
L’amore ha diverse età e, alle volte, per rinascere deve morire.
L’amore è coraggio,
È un pugno serrato contro l’ordine costituito di una vita opprimente e normale.
L’amore è molte cose vicine e lontane.
In certi momenti, ti saluta.
In altri, ti corre incontro.
Quando non c’è l’amore, c’è il suo gemello, il sogno infranto.
Come Alcor e Mizar, l’uno è lucente e l’altro lo risplende.
L’amore non è tradimento,
ma si tradisce anche per amore.
Ho amato molte volte in vita mia.
Alcune oltre la follia.
Ho viaggiato lontano,
Ho pianto e ho rubato per trattenerlo nel petto.
Col trascorrere delle stagioni,
l’ho piano piano visto smarrirsi in tanti rivoli, senza trattenerne una goccia.
Ed ora, presente a questo momento,
dico che l’amore è una gran cosa e gioisco per chi lo possiede,
invidio le coppie che si baciano e si divertono o che, complici, si stringono nelle difficoltà e danzano assieme
come in una milonga argentina,
al ritmo di uno struggente violino.
Ma io, sapete, sono giunto ad una conclusione diversa.
In questo mondo sempre più cupo e superficiale, non cerco più questa rara alchimia.
Da vagabondo caduto in miseria,
 mi accontento di accasarmi dove trovo un po’ di calore, un po’ di colore,
qualche momento di illusione.
L’amore è diverse cose.
Ma può non esserne nessuna.
Tutto sta nel sentirsi vivi.”

20/11/2019

Photo: Psychedelic Tapestry, Nature’s Embrace

Cuba, l’altro mondo possibile

di Daniele Maffione

Dal 19 giugno u.s. sul mio passaporto è comparso un timbro, che recita: “Aeropuerto internacional “Josè Martì””. Ne vado molto fiero, essenzialmente per due ragioni: sognavo da quando avevo 14 anni di andare a Cuba; era il mio primo viaggio internazionale, perché prima d’ora non avevo mai avuto i mezzi economici per farlo.  Cresciuto nella generazione di Genova, ho sempre coltivato il desiderio di spostarmi. Parafrasando il Massimo Troisi di Ricomincio da tre: sì, sono napoletano, ma non emigrante. Io voglio viaggiare, voglio conoscere… E tutte le volte che ho provato a mettere il naso fuori dalla porta di casa, proprio perché a seguito di contestazioni sociali o riunioni politiche, che erano l’unico modo per spostarsi a prezzi modici, mi hanno sempre riempito di mazzate e ricacciato da dove sono venuto. Motivo per cui, per me, questo viaggio è stato intriso di curiosità, fascino, interesse storico, politico, culturale, ma anche naturalistico. In quindici giorni ho percorso circa 2436,7 km con mezzi di spostamento (bus, taxi particolar, mezzi di fortuna vari), attraversando dall’Ovest all’Est e ritorno l’isola, senza considerare che il contapassi che ho sul mio smartphone ha registrato una media giornaliera di circa 10 km a piedi. Sicuramente, il mio fisico ne ha giovato!

Ma in queste righe non parlerò delle tappe toccate dal mio viaggio, né dispenserò consigli turistici o gastronomici. Non azzarderò elucubrazioni sul cosa mi aspettavo di trovare e sul cosa ho visto. Mi concentrerò, invece, sulla descrizione di alcuni elementi essenziali atti a comprendere meglio – per noi marxisti occidentali legati alla figura eroica e romantica dei vari Fidel, Che, Camillo Cienfuegos – la società cubana ed i mutamenti tuttora in corso.

Questo lavoro non pretende di essere esaustivo o di vestire panni che non gli sono congeniali, quali quelli dell’indagine storica o sociologica o propria della scienza politica. Ma proverà a concentrarsi sulla costruzione di una sorta di “lettura introduttiva” al socialismo di Cuba, che non ritengo “perfetto”, ma sicuramente un modello cui continuare ad ispirarsi, in quanto radicale alternativa alla società capitalista. Modello che vi invito a visitare dal vivo, perché va compreso, difeso e rilanciato in ogni angolo della Terra.

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La Habana vieja. Plaza del Cristo. (Photo: D.M.)

Dopo Fidel

Confesso di aver impiegato un po’ di tempo ad apprendere il nome del nuovo Presidente del Consiglio di Stato e dei Ministri cubano. Amici e compagni me l’hanno ripetuto numerose volte, ma è come se la mia memoria rifiutasse di scolpire quei suoni. Sarà perché dopo dei giganti come Fidel e suo fratello Raul, diventa difficile trovare personaggi con lo stesso carisma e la stessa popolarità. Poi, una bella sera, mentre ero in alloggio a Santiago de Cuba, ho acceso la tv in camera e ho sintonizzato il canale su Telesur – breve inciso: per chi non conoscesse questo canale satellitare venezuelano, qui può trovare il link: TeleSur. Ne consiglio viva visione per comprendere cosa sia la libertà d’informazione di cui deficitiamo da tempo in Italia – e ho seguito il notiziario. D’un tratto, è stato fatto un focus su Cuba. D’un tratto, ho letto che il governo socialista aveva approvato l’aumento di salari e pensioni per tutti i cittadini e le cittadine cubani. D’un tratto, ho ascoltato con attenzione le dichiarazioni pacate, ma pronunciate con tono fermo, da parte del nuovo Presidente cubano. E’ così che il suo nome mi è rimasto impresso: Miguel Diaz-Canel. Siamo d’accordo: non è stato un combattente sulla Sierra Maestra, non ha compiuto gesta eroiche espugnando città e guarnigioni con un pugno di guerriglieri. Non è, insomma, l’idea di comunista cubano che noi occidentali possiamo esserci forgiati dalle letture di libri ed articoli o dalla visione di film e documentari, mentre ce ne stavamo comodamente seduti sui nostri divani. Ma Diaz-Canel rappresenta quella scommessa di rinnovamento nella continuità del Socialismo, che Cuba sta intraprendendo con grande audacia e vigoria, svecchiando i gangli dello Stato e del Partito, promuovendo una nuova leva di quadri dirigenti e politici. Guardando al panorama della disastrata sinistra nostrana, credo che ci sia molto da imparare sotto questo, come sotto altri aspetti che proverò ad inquadrare di seguito.

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Santiago de Cuba. Tomba di Fidel Castro Ruz. (Photo: D.M.)

Soviet-propaganda

Chi ha visitato Cuba sa bene che, in tutto il Paese, non esiste un solo cartello pubblicitario. Niente. Nemmeno uno. Gli unici cartelli che si trovano ad ogni angolo di Cuba, persino nelle contrade più sperdute, sono quelli che commemorano le figure esemplari delle guerre d’indipendenza patriottiche e della Revoluciòn dei Barbudos discesi dalla Sierra Maestra. Molti storceranno il naso a leggere queste righe e diranno: “Ecco qua! Questa è dittatura! Un paese democratico deve poter scegliere quale marca di detersivo poter comprare o quale culo poter guardare in macchina per comprare un deodorante”. Io, invece, dietro questa cosa c’ho letto un altro significato: dietro quei cartelli, quelle scritte sui muri deturpati, quei poster tenuti come altarini ad ogni angolo di strada o dal barbiere o nelle paladar o finanche nelle case più umili, c’è la dignità di un popolo che rivendica con orgoglio la propria storia, che è consapevole di aver scacciato da solo colonialisti e schiavisti, che si è conquistato con le armi in pugno la riforma agraria, l’alfabetizzazione di massa, la salute gratuita. In due parole: la libertà.

Il Che, un ricordo non ossificato dal tempo

Abituato, come sono da quando ero bambino, a vedere in ogni angolo della mia città edicole, ritratti, statue, altari, tempi, senza considerare chiese, madonne, padrepii, crocifissi in aule scolastiche e aziende pubbliche e tutto il resto eretti ad immagini votive delle classi subalterne, sono rimasto colpito dal vedere l’enorme popolarità di cui godono alcuni personaggi emblematici della Revoluciòn: su tutti, Che Guevara e Josè Martì. Se il secondo, che era un grandissimo intellettuale, organizzatore e rivoluzionario, per ben comprensibili motivi viene ritenuto dai cubani l’iniziatore del processo rivoluzionario che 64 anni dopo portò a compimento Castro con i suoi guerriglieri, sul primo la fama e la popolarità sfiorano l’idolatria. E colpisce che uno straniero, come l’argentino Ernesto Guevara De La Serna, abbia così tanto conquistato il cuore dei cubani, che per primi ne hanno pianto l’omicidio in Bolivia e per primi lo hanno santificato, trasformandolo nell’icona stessa della propria storia. Al Che, i cubani hanno eletto la piazza più importante di Santa Clara, quella città a metà del Paese che il Comandante ribelle espugnò con pochissime centinaia di uomini contro migliaia di soldati fedeli al dittatore Batista. Tant’è vero che, oltre al colossale monumento, da cui si accede al mausoleo dedicato ed al memoriale in cui si commemorano il guerrigliero cubano-argentino ed i suoi fedelissimi caduti nella sventurata impresa boliviana, in città si trova un altro luogo di rilievo: il famigerato treno blindato, che venne fatto saltare in aria per impedire l’afflusso di truppe della tirannia e servì sferrare l’attacco decisivo alle forze di Batista. Tuttavia, l’effige del Che si può ammirare in tutta l’Isola. Perché è il santo che il popolo ha eletto a proprio eroe e che benedice quotidianamente la lotta contro il bloqueo imposto dagli Stati Uniti d’America.

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Santa Clara. Complesso monumentale dedicato ad Ernesto “Che” Guevara. (Photo: D.M.)

Economia ed embargo: come sopravvive la Cuba socialista

Viaggiare ininterrottamente per quindici giorni, spostarsi da un posto ad un altro, mi ha costretto a  comunicare con i cubani. Cosa di cui sono stato molto felice, ma verso cui ho provato grande frustrazione, perché mi esprimevo in uno spagnolo stentato (maledetto me che non ho completato gli studi universitari!). Ad ogni modo, ho avuto la possibilità di comprendere moltissime cose dal di dentro del processo rivoluzionario. Chiunque può farlo. Chiaro: sempre a patto che non faccia parte anche tu di quella genia di turisti che va a Cuba per avere un contatto asettico col paese, del tipo: aeroporto-spiaggia-mojito, che ti consente di avere come unico contatto con gli isolani il rapporto cliente-cameriere in qualche attrezzato resort di Varadero. I cubani sono altro. E hanno un grande orgoglio, che è prodotto da un elevato tasso di istruzione media (sono i frutti di un’educazione efficace ed orizzontale, integralmente gratuita dal primo grado all’università), da una fortissima e radicale tradizione di quasi 150 anni di lotta (fra guerre di indipendenza e lotta rivoluzionaria), da una nitida percezione del mondo (semplice, efficace, lineare). Ma l’embargo imposto dagli USA pesa. Anzi, schiaccia. E se sono date per acquisite le conquiste sociali più importanti (piena occupazione, istruzione, sanità e cultura gratuite, politiche sociali avanzatissime persino a confronto col modello occidentale), è vero pure che, dopo la caduta dell’Unione sovietica, Cuba è entrata in un Periodo Especial da cui non è ancora uscita. Emblematico il racconto di Raul, che ho conosciuto a Trinidad ed aveva dieci anni quando c’è stata la Revoluciòn. Dal suo racconto ho imparato tanto del pragmatismo cubano. Qui prima non c’era niente: le strade erano piste di fango, le case era quattro assi di legno, la gente moriva di fame per strada o, peggio, si spezzava la schiena nei campi. Poi, è arrivato Fidel e tutto è cambiato in meglio. Fin quando c’è stata l’URSS la linea era il comunismo di guerra: tutti erano eguali. Nessuno poteva arricchirsi. Qui era dura, perché avevano l’embargo ed erano praticamente al fronte con gli USA. Questo portava anche grande controllo sulla popolazione, anche a causa delle decine di migliaia di azioni terroristiche e di sabotaggi. Il mio amico Raul mi raccontava in particolare dell’operazione “Jaula”, creata da Fidel per stanare, con oltre sessantamila miliziani, agenti della CIA e truppe controrivoluzionarie armate dagli yankee che si erano asserragliati sulla Sierra dell’Escambray. Dopo la caduta dei sovietici, la situazione è precipitata: si sono creati grandi problemi economici. La gente non sapeva più dove acquistare generi di consumo. I salari sono crollati. Come tutto (o quasi) il blocco di paesi socialisti. A Cuba no, però. Perché si sono inventati un modo di sopravvivere. Consapevoli dei nuovi rapporti di forze internazionali, i cubani non hanno tradito i loro principi, che sono solidissimi. Ma hanno attuato una sorta di ritirata strategica, in cui il Paese si definisce, per l’appunto, socialista, in cui tutte le aziende ed i rami produttivi sono nazionalizzati e sotto il controllo proletario, concedendo, tuttavia, delle aperture all’impresa privata. Perché, in un paese che dipende dall’importazione di risorse energetiche e parte importante di generi di consumo, l’unica possibilità di avere un polmone economico era il puntare sul turismo, facendovi crescere attorno un indotto. Quindi, ho trovato finalmente risposta ad un quesito che mi ponevo da tempo: a Cuba esiste la proprietà privata. Ma non supera i limiti concessi dalla legge. Se vuoi aprire un’attività commerciale, puoi farlo. Ma devi pagare le tasse allo Stato, che sono pure alte se il tuo capitale è straniero. Tuttavia, il turismo sta producendo un effetto collaterale, non so fino a che punto controllabile: sull’Isola si sta riproducendo rapidamente una classe media, che sta accumulando capitale. Lo Stato dà degli incentivi all’impresa privata e leggo su Cubadebate.cu che lo stesso Diaz-Canel ha sollecitato tutti i rami aziendali ad uscire dalla passività imposta dall’embargo e creare sviluppo, occupazione ed incentivare la domanda di consumo interno (qui il link all’articolo:  Cubadebate ).

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La Habana. Officina. (Photo: D.M.)

Il dilemma della doppia moneta

La formazione di una nuova classe proprietaria, tuttavia, è un fenomeno ancora ai primordi di uno stadio di accumulazione originaria di capitale. A Cuba lo Stato è presente, controlla integralmente ogni ramo della vita politica, economica, sociale, culturale. Il punto critico, però, è un altro: per uscire dal Periodo Especial, che ha prodotto una grave crisi economica nel Paese, accentuato dallo storico blocco dei flussi commerciali imposto da Washington, i comunisti cubani hanno dovuto inventarsi una soluzione estrema. Ossia, l’istituzione di una doppia moneta circolante su territorio nazionale, per prevenire e combattere le politiche di inflazione, il mercato nero e, soprattutto, l’ingresso del dollaro statunitense. Quindi, ai pesos cubani, che sono la moneta utilizzata per pagare i salari alla popolazione e regolarne acquisti e consumi, si è affiancata un’altra moneta convertibile, che viene utilizzata esclusivamente dagli stranieri: il CUC. Al cambio attuale, 1 CUC (grossomodo, l’equipollente di 1 euro) equivale a 24 pesos cubani. Ne deriva che esiste una sproporzione enorme fra la moneta nazionale e quella convertibile. Il che, tradotto in soldoni, vuol dire che chi risiede sull’Isola e riesce ad essere pagato in CUC, aumenta notevolmente il proprio tenore di vita. Beninteso, questo aspetto è calcolato dal governo e, in un certo qual senso, viene addirittura incoraggiato. Lo scrivevo prima: il turismo è attualmente l’unico polmone economico di sostentamento di Cuba, eccezion fatta per l’acquisto a prezzo politico di petrolio ed energia elettrica dal Venezuela bolivariano che rappresenta un vero e proprio scoglio cui aggrapparsi nell’Oceano in tempesta dei nostri tempi. La domanda logica che scaturisce da questa considerazione, per me che economista non sono, è se questo assetto economico non accentuerà delle diseguaglianze economiche fra la popolazione lavoratrice, che campa impiegata in aziende statali, e la popolazione lavoratrice che vive di rendita a spesa del turismo. Certo, lo Stato tassa casas particulares, locali privati ed alberghi. Ma, in un Mondo globalizzato, in cui tutto finisce nell’occhio del ciclone del mercato, la battaglia di idee diviene più che mai strategica.

Lotta alla corruzione

Sì. Inutile negarlo. Perché foderarsi gli occhi di prosciutto e non vedere le contraddizioni non è costume dei marxisti, ma dei peggiori dogmatici revisionisti. Quelli che poi non sanno dominare i processi storici, ma ne vengono travolti. Queste disparità economiche non hanno prodotto soltanto differenze nel popolo lavoratore, ma anche nei vertici amministrativi, governativi e finanche in alte cariche del Partito Comunista di Cuba. La corruzione esiste. I cubani non lo negano e, anzi, così come sono da sempre abituati a fare, hanno denunciato il problema e lo stanno combattendo col pugno di ferro in ogni settore. Appunto, con quella che hanno chiamato la “battalla de ideas”. Già Fidel ammonì duramente sulle conseguenze che poteva portare un periodo di regresso mondiale. Non a caso, in uno dei suoi tanti memorabili discorsi, in una gremita Università dell’Avana, parlando agli studenti disse che il popolo cubano aveva fatto la Revoluciòn, ma poteva anche farla fallire. Correva l’anno 1987. In quel discorso, Fidel parlò anche della grave corruzione in atto nel Partito comunista sovietico. La storia la conosciamo tutti. L’Unione sovietica non esiste più. Cuba socialista sì e non certo per opera e virtù dello Spirito Santo! Con il solito pragmatismo, così come mi ha spiegato la parlamentare Julia Carola, i compagni cubani dicono che in casa loro ci sono le contraddizioni e che la loro società non è perfetta. Anche perché non esistono, né esisteranno società perfette finchè non sarà abbattuto anche l’ultimo presidio del capitalismo mondiale. Ma la strada è tracciata e, in un’economia pianificata, il PCC ha programmato crescita, sviluppo, aumento di salari e servizi per la popolazione da qui al 2030! Senza mai porre in discussione la dittatura del proletariato cubano, che è impegnato, ad un tempo, contro una rinascente borghesia interna e contro la potenza imperialista più aggressiva al Mondo, che è di stanza a poche centinaia di chilometri dalle proprie coste, nonché nella base militare di Guantanamo, nell’estremo Oriente isolano. Alcuni diranno che la “dittatura comunista” non reggerà a lungo in questa situazione, perché il popolo ormai è “maturo” per una contro-rivoluzione. Purtroppo, costoro ignorano il cosa sia la dittatura della maggioranza sulla minoranza e non immaginano neppure come si costruisca la democrazia diretta in un Paese orgogliosamente e tenacemente socialista.

Il Comitè de Defensa de la Revolucion

Come funziona le democrazia a Cuba? Come fa il popolo ad esprimere la propria opinione? E’ tutto un sistema piramidale che funziona dall’alto verso il basso, in un rapporto fra dirigenti attivi e diretti passivi? Per rispondere a questi quesiti, i comunisti cubani oltre sessant’anni fa si sono messi a studiare un grande intellettuale rivoluzionario italiano, una delle menti più brillanti del XX secolo, che continua ad avere più successo all’estero che non nei confini patri: tale Antonio Gramsci. L’egemonia a Cuba non è frutto di un processo passivo dall’alto verso il basso, ma scaturisce da un processo orizzontale, in cui il basso controlla costantemente l’alto, che, a sua volta, ha il compito di monitorare l’applicazione della volontà popolare. In risposta ai continui attacchi terroristici compiuti dalla CIA e da una non ancora sconfitta borghesia interna, all’indomani della Rivoluzione del 1959, precisamente il 28 settembre 1960 (data di un’apposita festa nazionale) Castro chiamò il popolo a raccolta ed istituzionalizzò delle strutture di base sorte nei giorni della lotta armata come nuovo organismo di funzionamento della democrazia diretta. Il Comitè de Defensa de la Revoluciòn – l’adattamento locale ai Soviet leninisti – è un’organizzazione di base, presidio di una vigilanza rivoluzionaria collettiva, presente in ogni quartiere ed in ogni angolo del Paese, che organizza ed amministra la vita civile. In ogni CDR esiste una Casa de Guardia, cioè una struttura fisica (un’abitazione, una serranda, un negozio, ecc.) dove si concentra la direzione di base. Oltre la Casa de Guardia esistono altre strutture collaterali di basilare importanza nel CDR: Il Consultorio, in cui sono di stanza permanentemente un medico ed un infermiere h24. Di fatti, la medicina cubana non è di emergenza, ma di prevenzione e la salute della popolazione è una priorità nazionale; la Casa di approvvigionamento alimentare di base (tienda); il Comitè de defensa civica (con compiti militari). I CDR sono il cuore della Revoluciòn, perché organizzano costantemente la vita sociale della popolazione. Il lavoro dei cidierristi si esplica in forma integralmente volontaria ed investe differenti rami: dalla costruzione di opere pubbliche alle giornate di donazione dei sangue. Per i veterani esistono anche delle forme di premialità, con viaggi studio e riconoscimenti pubblici che danno grande lustro nella propria comunità di appartenenza. Lo sviluppo di queste strutture di base è progressivamente aumentato nel tempo. Ad oggi, i CDR a Cuba sono 135519 con una copertura di 17450 zone. Di fatto, sono l’organizzazione di massa più importante, accanto al sindacato, alla federazione delle donne, alle organizzazioni di studenti ed intellettuali, all’Unione della Gioventù Comunista.

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La Habana. Museo Naciònal de CDR. (Photo: D.M.)

Ode all’internazionalismo proletario

I cubani non se lo lasciano dire due volte. Soprattutto, quelli della vecchia guardia, gli anziani. Essere rivoluzionari vuol dire essere internazionalisti. E devi sentirli quando ti parlano infuocati della Legge Helms-Burton (in questo link, propongo un approfondimento: Legge Helms Burton ) , che Donald Trump vorrebbe applicare fino in fondo per strangolare definitivamente Cuba socialista. L’imperialismo va combattutto in ogni dove. E’ per questo che oltre 40 mila cubani partirono volontari in Angola per sostenere la lotta di quel popolo contro l’imperialismo sudafricano. I solito agenti della CIA dicevano ai loro governanti yankee che i soldati cubani non erano preparati per affrontare uno scontro di tale intensità. Infatti, i cubani non ci misero molto a vincere le resistenze delle truppe boere, spalleggiate dagli imperialisti nordamericani. Perché, com’è noto, per Washington Castro e la sua Rivoluzione dovevano cadere in poche settimane. E sono trascorsi appena sessant’anni. E che dire della Mission Milagro in Venezuela? L’internazionalismo i cubani lo praticano anche mettendo a disposizione in decine di paesi poveri del Mondo la propria eccedenza di medici per fornire l’accesso alla salute primaria a milioni di persone. E vogliamo parlare dell’Università cubana, che mette a disposizione di tutti i giovani del Caribe e dell’America latina gratuitamente i propri corsi di laurea? D’altra parte, fu il cubano Martì a teorizzare il sogno della Nuestra America, il condottiero Bolivar a tentare di costruirla con la sciabola in pugno e l’argentino Che Guevara a morire combattendo con quell’utopia di internazionalismo rivoluzionario. Tutta gente il cui nome, da queste parti, prima che in targhe e monumenti, è scolpito nella testa e nel cuore delle persone.

Difendere Cuba: senza se, senza ma e, soprattutto, senza una cenciosa e fallimentare sinistra a-comunista

In questo articolo ho cercato di affrontare alcuni nodi che, come scrivevo in premessa, sono stati sullo sfondo del mio viaggio a Cuba. Non ho la presunzione di dire di aver conosciuto o capito tutto. Né ho lesinato di parlare degli aspetti più controversi. Ma posso sicuramente dire che, realizzando un sogno che avevo nel cassetto da tempo immemore ho trovato risposta a tante domande. Ho vissuto come una frustrazione il non saper padroneggiare una lingua straniera, perché le conversazioni erano interessantissime. I cubani sono altamente istruiti ed informati di ciò che accade nel Mondo e si impara molto anche semplicemente ascoltandoli. Va bene: parlano velocemente e, a volte, anche un orecchio allenato può fare fatica mentre si mangiano lettere e parole intere. Ma ti aprono un mondo di sapere e, se superi quella naturale diffidenza che hanno dopo decine di anni di barricate, ti accolgono come se fossi parte della loro famiglia.

Certo, buona parte della popolazione, a distanza di sessant’anni dall’ingresso dell’Esercito ribelle dell’M-26-7 a L’Avana, vive in modo distaccato quegli eventi. Ho percepito una certa sensazione del dare per acquisite alcune conquiste sociali, che noi non immaginiamo neppure in questo momento storico. Così come ho notato serpeggiare una sorta di “sogno americano”, vale a dire l’inseguimento di un utopico “benessere” economico che alcuni cubani pensano che si viva in Occidente. Ma questo “sogno” è un incubo e ho provato a dirlo a coloro che mi hanno palesato questa fascinazione. Per capirlo, non bisogna compararsi con gli USA, ma con Haiti, isola limitrofa a Cuba, in cui la gente muore per strada di inedia, droga o trucidata in sparatorie fra bande criminali armate, guarda caso, sempre dalla CIA.

Mi sono ripromesso di imparare meglio lo spagnolo e tornare, prima o poi, a Cuba. Ho ancora tantissime cose da vedere e da capire. Ma mi sento rigenerato da questo viaggio, nel fisico e nello spirito rivoluzionario. Noi viviamo in un paese a capitalismo avanzato e se lì hanno problemi con le infrastrutture di base o l’approvvigionamento energetico (che comunque riescono a soddisfare, arrangiando con le soluzioni più creative), qui abbiamo problemi di altro tipo: facciamo i conti con la crisi economica del capitalismo, c’è la disoccupazione di massa, abbiamo il problema della xenofobia e lasciamo morire gli esseri umani in mezzo al Mediterraneo. Problemi cui dobbiamo trovare una risposta radicale e non una soluzione riformista, che spianerebbe solo la strada ad un nuovo fascismo ed alla guerra.

Parlando con la direttrice di una scuola primaria all’Avana vecchia, le chiedevo se a Cuba hanno il problema della dispersione scolastica. Lei mi ha risposto con uno sguardo orgoglioso: tutti i bambini vanno a scuola, che è obbligatoria fino ai diciotto anni. Lo Stato fornisce libri, pasti, uniforme. Se un solo bambino nella comunità non va a scuola, la scuola chiama la famiglia e la multa anche se non consente al proprio figlio di studiare. E’ così che i cubani hanno vinto l’analfabetismo. Motivo per cui riescono a generare a getto continuo artisti, atleti, operai, scienziati, politici. Questa direttrice mi ha chiesto come sia possibile che in Italia, paese a capitalismo avanzato, avessimo il problema della dispersione scolastica. Me l’ha chiesto con un tono sarcastico, come a volersi prendere la rivincita di un paese considerato del “terzo mondo” sul primo. Io le ho detto la verità, che è sempre rivoluzionaria: nel nostro Paese la ricchezza è concentrata nelle mani di un’oligarchia, non nelle mani del popolo. Lei ha annuito, perché ha capito che siamo dalla stessa parte. E mentre osservavo il suo sguardo fiero, che è lo stesso che ho visto in tutti gli occhi di questa gente che ho incontrato in questi giorni, ammiravo alle sue spalle un cartellone gigante fissato alla parete d’ingresso della scuola primaria “Machado Rodriguez”. Su di esso c’erano scritte parole come: “internazionalismo, solidarietà, patriottismo, dignità, giustizia, responsabilità”, che ruotavano intorno al volto del Comandante Che Guevara.

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La Habana. Ingresso dell’Escuela primaria “Machada Rodriguez”. (Photo: D.M.)

 

6/7/2019

Come un’opera a teatro – Una contronarrazione del quartiere Vasto

di Arianna Rosatti

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Al Vasto non si vede il mare, se non da spicchi di angolature segrete, ma è come se si avvertisse. Dalla finestra del Quarto Piano di Via Torino si scorge un’impalcatura del porto, ed un lembo di acqua. Se l’occhio si sofferma tra i dedali del quartiere del Vasto,  la visuale che attraversa lo sguardo è invece simile ad una fabbrica di viaggiatori del mondo, che brulica e murmulea in modo incessante ed instancabile, ma allo stesso tempo viene strozzata e resa muta.

Conoscere la storia dei propri quartieri, significa conoscere sé stessi; prima di essere giudicato, il quartiere del Vasto, o meglio, i quartieri, avrebbero bisogno di parlare, a partire dalle mille voci e lingue che li compongono, attraverso i secoli di storia che li hanno plasmati donando loro non una, ma plurime identità.

Al Vasto le vie hanno i nomi delle città di Italia, Via Ferrara, via Milano, via Firenze… In virtù dell’Unità di un Paese, che ahinoi così unito non è, o perlomeno, non lo è nei suoi princìpi fondamentali, in primis, la pari dignità sociale di tutti e tutte senza distinzioni.

A causa della mancanza di questi valori, perduti, sottratti, rinnegati e calpestati,  il Vasto viene raccontato solamente con gli occhi di chi ha contribuito a sdrucirne il tessuto sociale, togliendo servizi ed offerte culturali e sottraendo quindi le possibilità di uno sviluppo e di un benessere dei suoi abitanti, in primis le criminalità organizzate, macchia nera del paese. Sembra ad oggi impossibile pensare che a via Milano sorgesse un Cinema “l’Excelsior”; la “Broadway” napoletana, era infatti tra la Ferrovia e Piazza Carlo III, con sale anche all’interno dell’Albergo dei Poveri. Del resto, come scrive Pino Cacucci, anche i poveretti una volta andavano a teatro, e guai a chi glielo toccava, l’arte e la cultura mettono i sentimenti in comunanza e rappresentano anche la solidarietà delle vite dei borghi e dei quartieri… Non a caso vengono strappate via.

Tornando a noi, come molti  luoghi di frontiera, ovvero i crocevia autentici del mondo, il quartiere è stato denutrito e spolpato, in questo caso da ingenti speculazioni generatrici di  morbi persistenti soffiati sul malessere generale , primo tra tutti, il razzismo, diffuso e generalizzato ma soprattutto, scientificamente utilizzato per dividere e controllare interessi ed affari.

Per una volta non parleremo di racket, sparatorie ed accoltellamenti.

Si sa, tra chi non ha nulla da perdere, a volte queste regole non funzionano, è sempre più raro scattino meccanismi di solidarietà e compartecipazione, ma il sangue che scorre nelle vene è rosso per tutti,  e a volte è difficile discriminarci tra noi.

Le signore del Forno Marigliano hanno dato uno schiaffo in faccia ai fascistelli di Torre Maura che il pane lo hanno calpestato per non darlo ai Rom, secondo il più egoista dei ragionamenti: se tolgono un diritto a me, nemmeno il mio vicino può usufruirne.

In questo lembo di terra dove non c’è il mare, ma lo sentiamo, dai racconti dei fratelli e delle sorelle che lo hanno attraversato, in questa  zolla di terreno di frontiera, il pane si mantiene caldo per i fratelli musulmani, lo si divide e lo si mangia assieme. Così come si prega e si condivide la vita, come ci si tiene stretti gli uni agli altri respirando assieme, che poi significa cospirare assieme per la bellezza, una bellezza non intesa come decoro ed esclusione della marginalità, ma come risorsa accessibile a tutti.

Come un’opera a teatro.

La rivoluzione è la miglior scuola per il proletariato

Chi era Rosa Luxemburg? E perchè, a distanza di cento anni, se ne studiano ancora il pensiero e l’azione rivoluzionaria? Pubblichiamo questa riflessione di Imma Barbarossa, dirigente comunista del PRC ed attivista del movimento Non Una Di Meno, ringraziandola per averci fornito questo prezioso contributo. 

Rosa LuxemburgParticolare della copertina dell’opera: “Scritti sull’arte e sulla letteratura” di Rosa Luxemburg, Bertani editore, 1976

“Credo non ci siano dubbi sulla coincidenza cronologica e politica tra l’impostazione staliniana impressa dopo la morte di Lenin alla rivoluzione d’ottobre e il sostanziale processo di condanna del “lussemburgismo”  che per tanti anni indebolì il percorso di lettura e di studio del pensiero di Rosa Luxemburg. Ma io credo che bisogna andare più indietro e più a fondo per rivisitare le riflessioni politiche e le esperienze di vita di questa grande donna comunista di cui ricorre quest’anno il centenario della morte,anzi della uccisione. Uccisione per opera dei dirigenti socialdemocratici tedeschi saliti al potere, cioè dei politici del suo campo, non del campo avverso, così come un’altra grande donna di una precedente grande rivoluzione, quella francese del 1789, Olimpia des Gouges, fu ghigliottinata per opera dei dirigenti rivoluzionari.

 La cosa più immediata che colpisce di Rosa è la coincidenza tra personale e politico. Una coincidenza non teorizzata né teorica, ma nei fatti. La passione politica, l’appartenenza ad un campo, ad una ‘parte’ (fino a non voler lasciare Berlino nel mezzo di una insurrezione che pure lei non aveva condiviso), la coincidenza drammatica del suo assassinio con la sconfitta della rivoluzione in Germania, le sue lettere immediatamente tenere e immediatamente politiche, la sua convinzione della rivoluzione come rottura di un ordine, la sua concezione della irriformabilità del capitalismo (la critica sprezzante a Bernstein: ”il riformatore piccolo-borghese coglie fiori in tutte le aiuole”), la sua concezione della necessità per il proletariato della presa del potere politico “come una lunga battaglia, non un colpo di stato, né un solo colpo vittorioso”, la concezione dello sciopero generale come iniziativa non di una categoria di lavoratori, ma come un sollevamento delle masse. Insomma la presa del potere come una riappropriazione collettiva da parte di un intero corpo sociale di poter decidere di sé e per sé, come presa di coscienza della propria condizione, come soggettivazione avrebbe detto Gramsci. La critica dei nazionalismi fu allora una questione dibattuta e controversa, come in tutto l’arco del Novecento la discussa questione dell’autodeterminazione dei popoli che tanto peserà sulla dissoluzione della Yugoslavia, oltre che aver determinato allora l’adesione dei socialisti alla Prima Guerra Mondiale.

Decisamente un elemento per me affascinante di Rosa è il rifiuto dell’opportunismo, la critica radicale all’idea di negoziare il voto ai crediti di guerra con concessioni in campo sociale per il proletariato. E l’altro elemento è il complesso di questioni che vedono Rosa in dissenso da Lenin, e che sono opportunamente riassunte nel saggio di Guido Liguori che introduce il suo ultimo libro su Rosa Luxemburg. Cioè, in primo luogo il rischio che la concessione della terra trasformasse i contadini in piccoli proprietari terrieri e ne depotenziasse la carica rivoluzionaria (quanto abbiamo discusso sulle ricorrenti riforme agrarie e sul nesso proprietà privata/statalizzazione dei mezzi di produzione?), la seconda questione riguarda, se posso usare una celebre locuzione gramsciana, il nesso nazionale-internazionale, e cioè la discussione da una parte sul  carattere internazionalista del movimento rivoluzionario, dall’altra, come dicevo, sulla cosiddetta autodeterminazione dei popoli, sulle piccole patrie, sul cosiddetto comunalismo. E il terzo punto riguarda la concezione del partito e del comunismo. A questo proposito Rosa sostiene la libertà di stampa, i diritti “democratici” e ritiene che il partito debba essere dentro il movimento dei consigli operai, non parlare in nome loro o sostituirsi ad essi. E soprattutto nel Programma di Spartaco c’è una frase illuminante: il socialismo non si fa per decreto, ma è fatto dalle masse, da ogni singolo proletario. Cioè le masse non “rappresentano” i singoli proletari, che invece hanno bisogno di rappresentarsi da sé.

Si è parlato di Hanna Arendt e del suo Elogio di Rosa Luxemburg: si è detto che Hanna fuggì dalla Germania, Rosa invece affrontò la morte: ma qui è bene non fare un santino o una martire di Rosa; lei rimane a Berlino perché deve condividere una esperienza, quella della sconfitta di un movimento in cui è inserita, incarnata. I nazisti per Hannah sono l’altro da sé, i nemici. Si deve fuggire dai nazisti. Rosa invece è dentro la sconfitta del suo “popolo”. La Cassandra di Christa Wolf, così come Christa stessa, non fugge a ovest perché non deve andare a fondare un’altra città. Rosa rimane perché deve elaborare una perdita, la sconfitta della sua “città”.

Rosa non è una femminista, rifiuta il compito che voleva assegnarle il partito, di ‘occuparsi’ di donne, ma ha grandi relazioni con donne del campo comunista, come Clara Zetkin.

Ma Rosa è una donna, ed è difficile pensare che il suo essere donna, la sua mente lucida e il suo corpo in sofferenza non abbiano segnato le sue analisi, il suo linguaggio, il suo studio vissuto come un corpo a corpo con il pensiero maschile, di grandi uomini che ammirava ma sempre con spirito critico. Di Clara Zetkin guarda con distacco l’obbedienza a Lenin e l’attivismo da commissione femminile di partito, ma poi le scrive lettere affettuose e le dice: “scrivi qualcosa sulle donne…qui non ci capiamo niente”.

Nel Discorso sul Programma Rosa scrive: “la politicizzazione  dei bisogni immediati della vita quotidiana può dispiegare una carica esplosiva sovversiva”: che altro è questo se non la ricerca del nesso tra condizione e coscienza, su cui tanto ha riflettuto il movimento delle donne nel ‘900? Per Rosa proprio perché il socialismo non si fa per decreto, il potere non si conquista dall’alto ma dal basso, poiché la rivoluzione proletaria non è un colpo di stato in cui basta sostituire un gruppo di potere con un altro. Rosa rifiutò sempre di usare l’essere donna come un privilegio, ad esempio per ottenere condizioni meno dure durante i periodi carcerari. E io penso che quando si pensa a Rosa come donna, va evitato lo stereotipo della sensibilità femminile versus razionalità maschile, o raccontare di Rosa l’attenzione verso la natura, le specie viventi, gli uccelli (la famosa cinciallegra) e le piante – che pure ci furono – come elementi caratteristici del femminile. Il nesso tra genere e classe, che io ritengo fondamentale, non è stato né posto né cercato dal movimento operaio che non ha compreso il carattere rivoluzionario della critica e della lotta al patriarcato. Non lo ha compreso perché non c’era ancora il protagonismo ‘collettivo’ dei corpi, delle menti, delle parole sessuate delle donne. Come scrisse Carla Lonzi in Sputiamo su Hegel, il comunismo riprende il carattere patriarcale e maschile del capitalismo e per questo resta monco, ”costretto” nella migliore delle ipotesi a “promuovere” le donne nel fratriarcato della rivoluzione maschile come gregarie, formichine laboriose. Cosa che non era da Rosa. Come l’intersezionalità tra genere, classe, ’etnia’ di cui Angela Davis ha scritto appassionatamente, ai rivoluzionari neri uomini non è comparso all’orizzonte.

Rosa fu insieme una intellettuale, una dirigente politica, una passionale attivista. Una donna alta poco più di un metro e cinquanta, una donna fragile ma dalla volontà e passione enormi. Un pensiero politico incarnato, diremmo noi femministe. A lei dobbiamo le riflessioni sul ruolo politico che dovrebbe avere il sindacato con affermazioni che abbiamo praticato durante e subito dopo il ’68: la collaborazione degli operai con gli imprenditori viene bollata come un cartello contro i consumatori, come “non più una lotta tra lavoro e capitale ma una lotta solidale del capitale e della mano d’opera contro la società consumatrice…un atteggiamento reazionario” (Riforma sociale o rivoluzione).

A Rosa inoltre dobbiamo la comprensione del nesso tra militarismo e capitale, sì che l’antimilitarismo di Rosa non si può intendere come un pacifismo umanitario, ma come il risultato di un’analisi ‘scientifica’ della necessità del capitale di costruire e vendere armamenti e della necessità dello stato capitalistico di farsi interprete di questa necessità, nonché il risultato di una sua scelta politica appassionata della proposta internazionalista di unificazione del proletariato al di là dei confini degli stati-nazione.

Ogni proletario concorre alla realizzazione del socialismo con una “minuta lotta quotidiana: là dove ogni proletario è legato alla catena del capitale, là deve essere spezzata la catena”. Insomma la rivoluzione costruisce il socialismo nel suo farsi, contro ogni gradualismo riformistico, ma anche contro ogni meccanismo deterministico.

Come sappiamo dalle nostre dolorose storie, non avvenne così: molti punti del programma rivoluzionario si tentò di attuarli “per decreto”, e il partito e lo stato furono portati a coincidere come attori di governo (la statolatria, di cui parlò Gramsci). E gli eserciti degli stati socialisti furono impiegati spesso per sedare le cosiddette ‘controrivoluzioni’ nelle varie ‘periferie dell’impero’, da Budapest a Praga fino a Sarajevo passando per Tien an men. Ciò che abbiamo drammaticamente imparato è che non c’è un ‘campo’ geopolitico in cui il militarismo è positivo, e che la  rivoluzione non si esporta e non si espande con le armate. Né si impone, appunto, per decreto.

Rosa, come dicevo all’inizio di lei e di Olimpia, fu uccisa dall’interno del suo “campo”. Fu uccisa anche perché, come Cassandra da Troia, non volle fuggire da Berlino, volle restare con i vinti. Lenin la criticò moltisssimo, ma la definì un’”aquila”. In epoca staliniana, come si diceva all’inizio, il “lussemburghismo” divenne una grave ‘deviazione’ (spontaneismo). Lenin e Stalin ebbero mausolei e funerali di stato. Il corpo di Rosa fu gettato in un canale, anche se ogni anno nel gelido inverno berlinese folle di manifestanti percorrono le strade innevate per visitare ancora la sua tomba. La storia davvero non è la storia dei vincitori, ma anche quella dei vinti (Cassandra di Christa Wolf), e d’altronde quei vincitori non hanno vinto, hanno tragicamente perso, e noi abbiamo perso insieme a loro.

Ma forse non tutto è perduto, e questo sciopero globale dell’otto marzo ci dice delle analisi del nuovo movimento femminista, della sua capacità di leggere i nessi tra neoliberismo, capitalismo, guerra, patriarcato, e di pensare pratiche di liberazione.”

Imma Barbarossa

Gastarbeiter – Un moderno racconto proletario

Pubblichiamo un racconto che parla di lavoro, di nervi, muscoli ed intelletto donati ad una ristretta classe di ricchi, che “da soli non sarebbero nemmeno in grado di cucinarsi un uovo sodo”, perchè non hanno bisogno di farlo. Un racconto incentrato sulla figura del Gastarbeiter, il lavoratore ospite che nutre il ciclo di produzione ed accresce l’economia di un paese che non è il suo, e mai lo diventerà, perchè niente fa per accoglierlo, tutto fa per spremerlo. Nel Gastarbeiter convivono le identità del migrante e dello sfruttato. Il compagno Davide Liccione ci scrive questo racconto in prima persona da una fabbrica tedesca, una ditta di logistica di una tra le più grandi multinazionali del mondo la “Coca cola”, in cui lavorano Gastarbeiter da tutto il mondo: spagnoli, rumeni, zimbawe, eritrei, kurdi, iracheni, ed italiani, per giunta meridionali, come Davide, che ringraziamo per questo spaccato così fotografico e vivo, così crudele quanto incitante alla rivolta contro il sopruso, descritto con la scintilla della giustizia che scorre nel sangue di chi ogni giorno muove ancora ed ancora un passo verso l’abbattimento del mostro capitalista. Daghela avanti, o hasta siempre!

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di Davide Liccione

“Qualcuno conosce la storia di quella vecchia fabbrica qui di fronte nel cantiere?” Quando, durante la pausa pranzo del nostro stabilimento pongo la domanda ai miei colleghi presenti, nessuno mi sa rispondere, “keine Ahnung”. Non che nel capannone in cui lavoro siano tutti nati e cresciuti in questa amena città di Dusseldorf, attraversata dal fiume Reno e centro nevralgico della logistica della regione. Non che siano tutti tedeschi in effetti, anzi, nel nostro gruppo di lavoro si annoverano: un capo reparto spagnolo, un capo elettricista eritreo, un magazziniere tedesco di nome Marco, un altro capo elettricista tedesco, e per finire cinque zeitarbeiter rispettivamente: spagnolo, rumena, zimbawbe, un kurdo dal lato iracheno, ed infine lo scrivente medesimo italiano e per giunta meridionale. Insomma, in quanto a culture non ci facciamo mancare assolutamente niente, e si spazia dal nord dell’Europa all’est, dal Mediterraneo fino al Medio oriente, e fin giù il corno d’Africa. Noi zeitarbeiter, proveniamo da diverse Leihfirma, imprestati come mano d’opera alla stessa azienda di logistica: ABC Logistik Gmbh. Ogni mattina, verso le sei e mezza, quando esco dalla stazione e m’incammino verso il vialone che mi conduce al Refurbishment Center dove lavoro, lo vedo illuminare la notte stò vecchio fabbricone di mattoni rossi con un torracchione a guglia e un bel orologio fermo alla ore tre e quarantacinque di chissà quale giorno. Il fabbricone troneggia disteso nel cantiere come una sfinge a riposo, protetto dalle barriere e dalle reti del cantiere, intasato da sti pezzi di macchinari per il movimento terra, su cui svettano un battaglione di telecamere: BAU WATCH; il panopticon versione moderna, teorizzato da quella vecchia mummia di Bentahm. E nel buio, questo grosso coccodrillo rosso ci fa luce a tutti noi lavoratori della logistica. Io, lo guardo con silenzioso rispetto e immagino che nel secolo appena trascorso doveva essere l’unica luce ad illuminare le notti insonne degli operai che inteccheriti dal freddo dovevano avvicinarsi a grandi passi verso le fauci di quell’infame sfruttatore, ingordo divoratore di carne fresca a buon mercato.

Gastarbeiter

Non ho idea! Sono oramai settimane che chiedo in giro se qualcuno conosce la storia di questa fabbrica, ma nessuno mi sa rispondere. L’unica cosa che conosco di sicuro, per ora, è il posto in cui lavoro, quello che facciamo, quanti pezzi dobbiamo trattare quotidianamente, ma soprattutto quanto poco guadagniamo. In pratica, questa ditta di logistica ha preso una commessa sui frigoriferi della Coca Cola che refrigerano le bevande di tutti i Kiosk, supermercati, kebbabari, pizzerie, ristoranti, churrerie, imbiss cinesi, palestre, sale di manicure, lavanderie a gettoni dell’intera Germania. A quanto pare, da quello che mi hanno spiegato, la Coca Cola prende in consegna tutti i frigoriferi che i vari negozianti mandano indietro perché non funzionanti e usurati, in cambio di nuovi sempre a titolo gratuito. Una volta presi in consegna i frigoriferi, la Coca cola li smista ad altre aziende subappaltatrici, come la nostra, che li lavano, li riparano e li parcheggiano in capannoni, pronti all’uso qualora un commerciante ne richiedesse i servizi con una mail indirizzata all’ufficio amministrativo della Coca Cola che ha sede nella Hauptstadt della nazione: Berolina. E quanti ne arrivano di frigoriferi! Due, a volte anche tre EKW pieni ogni giorno. Dai modelli più piccoli e facili da pulire: Icool 300, 350, FV 150, a quelli più grandi e faticosi da trasportare e riparare: M200, M200 RETRO, Paul Newmann, RETRO, FVS 1200, Icool 450, ICOOL 900. nove ore di lavoro dalle 7.00 alle 16.00, intervallate da due pause da mezz’ora l’una, quindi in tutto otto ore di carico e scarico camion, lavaggio, diagnosi elettriche, riparazioni, laccatura, pittura, tracciabilità e impacchettamento, con la pioggia, il freddo, la neve e il vento; sempre a contatto con materiali chimici che alle volte corrodono le mani, provocando spaccature sulla pelle. Per giunta, il nostro capannone è un semplice garage che non trattiene il calore del riscaldamento, lasciandoci al freddo per quasi tutte le otto ore di lavoro. I camion arrivano e la serranda è sempre aperta, perché, arìdaglie!, scarica e carica; macht auf, aufladen, beladen, macht zu. Per tutto il turno di lavoro con le mani nell’acqua e nello sporco, inginocchiati, piegati, stesi, stanchi, storti, ma mai sdraiati! Con sto freddo poi il pavimento è diaccino e scomodo, per nulla simile alle spiagge bianche ed esotiche che di tanto in tanto raccontiamo trasognati di volere visitare un giorno o l’altro quando saremo ricchi.

Aber, ich bin Milionar!” esclama sempre con il suo forte accento dell’est europa Cristiana, mostrandomi una foto dei suoi due nipotini, quando ci si pensa un po’ troppo alle cose che vorremmo avere e non abbiamo e soprattutto alle spiagge bianche. Da tredici anni in Germania, costretta all’età di cinquant’anni a lavare sti pezzi di ferraglia perché le spese sono tante e l’affitto da pagare è alto. Infatti, solo di affitto lei e suo marito pagano settecento euro che con le spese si arriva ai mille euro al mese da pagare. È per questo che lavora in ginocchio davanti al frigorifero; se ci si mette di profilo le si vede la colonna vertebrale incurvarsi, come un tornante largo a forma di gobba che le provoca molti fastidi. Di stipendio, come tutti d’altra parte, non prende tanto, mille e tre nei mesi buoni e millecento in quelli meno buoni, con meno giorni lavorativi. Certo, qui tutto dipende in quale classe contributiva sei: STEUERKALSSE NUMMER 1, NUMMER 2, NUMMER 3, NUMMER 4. Cristiana è in classe 4, una delle più basse e comunque non riceve poi così tante detrazioni. Inoltre negli ultimi mesi, la sua agenzia di lavoro non le ha fatto bene i conteggi della busta paga e sono “scomparsi” dei soldi per due tre mesi di fila; molto probabilmente qualcuno li ha… zac zac, capisc’ a me! Cosa che gli fa notare subito anche il kurdo Ottman: “Cristina du bist Balabala?!” qualcuno ha fatto zac-zac sulla tua busta paga. Ogni volta, quindi, che si parla di soldi e spiagge, Cristina con un’autoironia da apprezzare, inginocchiata e con la colonna vertrebrale che sembra stia lì lì per fare crack e spezzarsi, esclama con il suo inconfondibile accento di donna dell’est: “ich bin milionar!”. Io a dirla tutta ci credo anche, perché nonostante tutta la fatica che sopporta, quei due pargoletti le regalano una nuova età e la concreta visione di non aver lavorato a lungo e duramente, mica tanto poi per nulla a conti fatti.

Uthoff

Italiano! Alles klar?”, mi chiede Ottman ogni volta che mi vede. Lui ci è passato in Italia, mi racconta, quando è partito dall’Iraq per arrivare qui in Germania dieci anni fa. Per un po’ di tempo è stato alla stazione di Roma Termini, perché arrivato in Italia aveva finito i soldi ed aspettava che gliene mandassero degli altri. Dopo che gli sono arrivati i soldi, è andato prima in Francia ed infine è arrivato qui in Germania. Anche lui è uno zeitarbeiter in ABC Logistik, e a lavoro da più tempo sui frigoriferi, per colpa dei quali un giorno ha perso un dente . Nelle pause durante il lavoro, mi suggerisce dei posti in cui andare a lavorare, come Zalando per esempio, dove si guadagna bene ed il lavoro è facile; a lui non conviene andarci, nonostante la paga sia buona, perché non gli danno la Aufenthalt: il permesso di soggiorno. Ogni giorno ha qualcosa di cui lamentarsi: è da più di tre mesi che cerca un kindergarten per il figlio, ma non lo trova; la sua classe contributiva giusta dovrebbe essere la 4, invece lo hanno messo nella classe contributiva numero 1 che è la più alta; ha commesso l’errore di far nascere il figlio in Iraq e poi di essere rientrato in Germania, e quindi lo stato tedesco non gli riconosce il figlio. Ma fra tutte, la cosa che lo fa più innervosire sono le condizioni di lavoro estenuanti a cui siamo sottoposti noi lavoratori, e da un po’ di tempo a questa parte Ottman sta giocando un tira e molla con la sua agenzia interinale che di tutta risposta continua a metterlo sotto pressione. L’ultima volta non si sentiva bene sul lavoro, credo per un’influenza, e quando è andato dalla signora che si occupa del personale per informala che andava a casa, la ragazza del personale ha esclamato infastidita: “E allora?!”. Ottman mi ha fatto capire che nonostante tutte le estenuanti lotte, la battaglia forse la vince: ha trovato un lavoro migliore con contratto diretto e non tramite agenzia. “ tra qualche giorno non ci vediamo qui italiano”, me lo dice ogni tanto sottovoce, quando passa da noi, perché dopo un braccio di ferro tra malattie e guasti alla macchina, per dispetto ogni giorno gli fanno fare qualcosa di diverso in altri capannoni, e quindi non lavora più con noi. L’ultima volta che l’ho incontrato, durante una pausa pranzo stranamente soleggiata, parlando di lingue e culture mi ha detto: “Lo sai che in Turchia la mia lingua è vietata? non possiamo parlare in curdo”, lo guardai ingenuamente sorpreso, “In Iraq e in Siria non si potrebbe, ma lasciano andare. in Turchia è severamente vietato invece, Italiano”. Così Ottman nel suo tragitto ha imparato anche cosa significa la violenza di non poter parlare la sua lingua, e da questa privazione ha imparato a rispondere a dovere quando gli si negano i suoi diritti sul lavoro, anche senza sindacato a seguito.

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Carlos è qui in Germania da cinque anni invece. Oltre a lavorare in questo buco, nei fine settimana gira i mercatini delle pulci con il suo wagen attrezzato a churreria per guadagnare qualche soldo di comodo in più, per fare un extra. Instancabile lavoratore, sempre sorridente e con una conoscenza della lingua tedesca non sufficiente, cosa che un po’ ci accomuna tutti qui dentro, tenendoci in ostaggio. Quando arriva il fine settimana, appena sente le previsioni del tempo alla radio posizionata alle nostre spalle, smette di colpo di lavorare e allunga un orecchio per cercare di capire quali saranno le previsioni per il fine settimana: se fa bel tempo o se piove. “Cosa ha detto? Venerdì piove, poi Sabato e Domenica c’è il sole? Non ho capito?” mi chiede sorridente, mentre riprende il lavoro che aveva lasciato, contento che il fine settimana sarà soleggiato e pieno di lavoro. “Cosa ha detto? Il fine settimana piove?” – mi ripete invece amareggiato – “Quando non c’è sole si lavora poco, ed è un azzardo pagare il posto. Si rischia di perdere soldi, e tanto vale restare a casa”. È vero, tanto vale restare a casa e godersi la figlia, che di solito i fine settimana li passa con i genitori in giro nei mercati. Una volta a Carlos gli hanno rubato il camion, e ha dovuto comprare quasi tutto di nuovo: camion e attrezzature. L’assicurazione costa, le macchine e la casa, il necessario per la figlia; insomma, ricchi non si diventa, ma tanti e tanti sacrifici anche a cinquant’anni se ne fanno; anche lavorare a ‘sti strabenedetti frigoriferi per uno stipendio da fame è lotta, è resistenza psichica e fisica prima di tutto. Un giorno, durante la pausa pranzo, preso da un motivo di rabbia nei confronti dell’infame destino operaio del XXI secolo, incitavo i colleghi molto più anziani a smettere di lavorare ai frigoriferi se non vogliono, ad iniziare a fare ciò che gli piace fare se non lo hanno ancora fatto. Ingenuo. Carlos si rivolse a me con un sorriso consapevole in volto dicendomi: “Quando avrai dei figli capirai”. Quante volte ho sentito questa frase ed ogni volta che la sento avverto di sottofondo la traccia e l’eco inconfondibile della propaganda borghese occidentale: la famiglia è l’istituzione su cui si fonda lo stato, il buongoverno è come una famiglia, la famiglia è la società civile, il ruolo della famiglia è un ruolo cardine nel paese. Fare una famiglia, avere figli, per vederli la sera stanco e distrutto dal lavoro; portarli con te tutti i fine settimana a vedere come mamma e papà si spezzano la schiena per fare un extra. Allora le famiglie dei lavoratori sono sfruttamento, lavoro e consumo, rispetto alla sempre più ristretta classe dei ricchi che da soli non sarebbero in grado nemmeno di cucinarsi un uovo sodo. Ma il mondo va e migliaia di famiglie e persone cercano lavoro in nuove città di altre nazioni, nelle campagne di diversi paesi. È dal secondo dopo guerra che turchi e italiani si sono stabiliti in Germania, e oggi continuano a venire ancora in tanti. A questi si aggiungono oggi, i ghanesi, nigeriani, camerunensi, indiani, bengalesi, polacchi, rumeni e russi tutti al servizio del capitale, lì dove c’è lavoro per liberarsi dalle catene dell’arbeitlose.

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Tuttavia, non solo le donne e gli uomini si spostano alla ricerca di lavoro, ma sopratutto le merci si spostano da un paese all’altro, ed è in virtù di questi spostamenti di merci che le imprese di logistica fioriscono ovunque. Un giorno come tanti di lavoro, ad esempio, è arrivato un EKW pieno di frigoriferi proveniente dallo stabilimento della Coca Cola in Romania, nuovi sistemati su pallet e imballati. Per una mezz’ora circa, quasi come affascinati, abbiamo girato intorno a questi frigoriferi, toccando con il palmo della mano con un senso di fascinazione la plastica che li imballava. Mi ricordai allora della scena di un film diviso in tre episodi che aveva come protagonista Monica Vitti nel ruolo di Adele Puddu, emigrata sarda che vive con il marito in un seminterrato a Torino. L’episodio in questione si intitola per l’appunto il frigorifero, e c’è una scena in cui una vicina di casa chiede ad Adele di poter mettere un coniglio nel suo frigorifero nuovo da 180 litri. La vicina non dispone di un frigorifero come Adele e Gavino, perché questi nuovi apparecchi tecnologici costano non poco, e spesso lo si acquista facendo delle cambiali, come quelle che pagano i due coniugi sardi. Adele si offre senza problemi di mantenere in freddo il coniglio e quando apre il frigorifero per metterlo dentro, si scorge all’interno della pancia bianca e lucente una sola bottiglia d’acqua. “Come è bello” – dice la vicina – “pensi ha solo dodici mesi” risponde Adele che per far mostra del suo status sociale offre l’unica cosa di fresco che c’è nel frigorifero: un bicchiere d’acqua, per far saggiare alla vicina la capacità di refrigerazione del gioiellino da 180 litri. “E poi non si può ancora apprezzare nel suo giusto valore perché non fa caldo. Ma a Luglio e Agosto!”. Famiglie, lavoratori e merci tutte accomunate da un solo destino: quello di essere sfruttati. Quando vidi Cristina spolverare e fare una passatella a uno di quei frigoriferi provenienti dalla Romania, pensai quanto buffo e comico possa essere il destino di noi lavoratori certe volte: uomini e merci spostati e ricollocati in tutta Europa.

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La scorsa settimana invece, siamo stati richiamati dal nostro capo reparto: “Dobbiamo preparare 40 frigoriferi al giorno, quindi 8 pezzi a testa; se no l’ABC non ha il suo guadagno!”, tuonò Herr Sanchez Cortès. Noi tentammo di spiegargli che mancava il materiale, che cambiare una porta costava tempo, che spesso i frigoriferi da pulire sono in condizioni tremende. Spesso ci puoi trovare dentro anche dei topolini morti , e un giorno Carlos, il mio compagno di postazione, il quale porta il conto dei topolini morti, alla vista dell’ennesimo topolino rimasto secco attaccato ai fili che stava rosicchiando, disse: “Die sind alle Flüchtlingen”, sono tutti topolini migranti, nascosti nei frigoriferi. Animali, merci e uomini destino comune, sbattuti da una parte all’altra d’Europa. Provammo a spiegare ad Herr Sanchez che non era facile fare otto pezzi al giorno come lui ci chiedeva, ma non ci fu niente da fare: 8 pezzi sono da pulire per contratto, e battan le otto! E così produciamo 40 pezzi al giorno, il che ci stanca non poco e durante le pause non abbiamo neanche la forza di mangiare un boccone. Ma si deve lavorare e “Ich muss meine Rente bezahlen” spiega Tom, il capo elettricista eritreo, a cui risponde subito Holga, l’altro capo elettricista, ma quale Rente e Rente! Qui va a finire che andremo a raccattare i vuoti dai cestini dell’immondizia nelle stazioni, come già fanno molti pensionati che non ce la fanno ad arrivare a fine mese. Il tema di discussione ha aperto la valvola di sfogo di Holga che lo porta ad inveire contro i politici che non fanno niente dalla mattina alla sera e che guadagnano na marea e’ surdacchiell’, ed avranno una pensione d’oro a fine carriera; contro queste multinazionali come Amazon che sfruttano i lavoratori a ritmi produttivi insostenibili per riempirsi le tasche di soldi e pagare quasi niente di tasse. “ A conti fatti pago più io con il mio magro stipendio di tasse che loro!”, chiude così Olga la sua accusa mossa contro i ricchi e i loro leccapiedi, cani da guardia. Rivedendo la sua condizione, sembra che abbia ritrovato tutte le sue forze, le sue idee con la chiarezza dell’analisi socio-economica. Mi viene allora da chiedermi quanta coscienza e potenziale queste forze frustate della logistica possono disvelare? Mi viene da pensare a Gramsci e l’intellettuale organico alla sua classe: chi saranno i nostri intellettuali? Come non lasciare affievolire questa fiamma, ma alimentarla così da accendere le fiamme di altre coscienze? Lavoratori a voi diretto è il canto! Il piccolo sardo ma tosto, anzi tostissimo, ci dice che oggi la lotta è più che in ogni tempo urgente e necessaria, e che ognuno può fare la sua parte, perché sta bellissima fiamma ce l’ha dentro! Daghela avanti ancora un passo, compagni! Ma per ora si lavora ancora in fabbrica, e mentre sovrappensiero mangio il mio panino insieme ai miei compagni di galeone, fuori c’è un sole forte che risplende sul fabbricone rosso dismesso. Più lo guardo e più mi sembra un pezzo abbandonato del passato collassato dal cielo, senza operai ne padroni, vuoto e spento, con l’orologio fermo ad un’ora di chissà quale giorno.

Quando esco, nessuno sembra neanche accorgersi di quel serpente rosso gigante. Solo io sono fermo davanti alle transenne del cantiere e lo osservo, mentre le macchine del movimento terra spianano una parte del cantiere. Mi hanno detto che li ci costruiranno la concorrenza: un altro stabilimento di logistica verrà inaugurato, ma la cosa me ne frega poco, perché prima che buttino giù quell’ultimo maledetto fabbricone lì, voglio sapere cosa c’era prima. Di operai li vicino a le transenne dove cammino non ne vedo, e pur volendo chiedere a uno di loro, sono tutti impegnati sulle macchine. Di lontano vedo però un macchina che esce dall’ingresso del cantiere: un operaio che finito il turno ritorna a casa. Cerco di raggiungerlo per fermalo e chiedergli quale fabbrica c’era prima in questo cantiere, ma l’operaio fa prima, e in un attimo scende dalla macchina, chiude il cancello e riparte di prescia; io arrivo giusto in tempo per assaporarne la polvere che mi sommerge, impedendomi la vista. A nebbia dissolta, mi trovo girato davanti alla cancellata d’ingresso, sulla quale è legato un telo che la copre per la sua interezza, e sulla quale è scritto: “Arbeitgemeinschaft ruckbau Papier Fabrik Hermes”. Mi si illuminano gli occhi, dopo tanto cercare finalmente questa fabbrica ha un’identità, e per giunta tutto questo tempo era lì cachée e non me ne sono mai accorto. Giro ancora un po’ per il cantiere alla ricerca di qualcuno che lavori li dentro, e di fatti trovo un guardiano un po’ più lontano in senso opposto al mio solito tragitto che faccio per andare a lavorare. Gli chiedo delle informazioni sul posto, e mi spiega che questa fabbrica è stata aperta per più di cento anni, e che produceva tra l’altro il cartone e i contenitori per il Persil della Henkel, altra storica fabbrica di Düsseldorf. Nel 2003 è passata in mano a una multinazionale di spedizioni che nel 2008 ha dichiarato insolvenza e ha chiuso la fabbrica di carte. Da allora è luogo di graffitari, fotografi e persone appassionate di luoghi abbandonati. Putroppo nel 2015 la fabbrica è stata anche il luogo dove è stata ritrovata una ragazza di quindici anni morta, uccisa da un suo compagno dichiarato poi essere schizofrenico dai giornali. Nel 2017 un immobiliarista acquista i terreni e abbatte parte ella fabbrica, lasciando in piedi la sola struttura con il torracchione a guglia. Nel progetto ci verranno fatti uffici per aziende di logistica che hanno attività lì nell’hafen. Cento anni! Pensate un po’! Cento anni di operai, minimo tre generazioni di donne e uomini hanno varcato quella soglia tutti i santi giorni della loro vita lavorativa. E noi invece siamo in questo stabile di fronte, a ridosso del fiume Reno a perpetuarne il ricordo. Tuttavia oggi, gli operai cambiano sempre, molti vengono e altri se ne vanno, io stesso andrò via da questo posto, con in petto l’amara coscienza che è lunga la strada verso l’unione per noi lavoratori interinali della logistica e non solo, ma pur bisogna andare e quindi lo ripeto un’altra volta: Daghela avanti ancora un passo compagni! Passeggiando lungo il Reno leggo questi miei pronostici delle future lotte di noi lavoratori sulle onde lievi del fiume, proprio come quel toscanaccio grossetano che leggeva i pronostici del suo esilio sulla quarzite di Sanfront: e che niente niente questi pronostici un giorno o l’altro si realizzeranno?”

Dieci, cento, mille case del popolo!

di Daniele Maffione

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Con questo slogan, nel corso dell’ultima gremita assemblea nazionale, Viola Carofalo ha indicato la strada su cui Potere al popolo può continuare la sua ascesa nell’agone della politica italiana. E non solo, dati gli importanti endorsement giunti da oltre confine per il nostro giovane movimento.

Ma cos’è una casa del popolo? Che funzione ha? Come si organizza? Quali soggetti sociali può aggregare?

Come ci ricorda Valerio Evangelisti nella sua bellissima trilogia del Sol dell’Avvenire, in sede storica, le case del popolo sono stati i primi centri di aggregazione del movimento operaio italiano, in cui edili, braccianti agricoli, metallurgici, disoccupati, si riunivano per discutere di politica, organizzare le proprie agitazioni, costruire le proprie cooperative. Le case del popolo erano anche luoghi in cui si promuovevano corsi serali, attività culturali, azioni di solidarietà e mutualismo, momenti di socialità per le masse popolari.

Sulla fine del XIX secolo, la loro funzione è stata decisiva per aggregare le grandi concentrazioni di lavoratori che dalle campagne si riversavano nelle città per cercare lavoro e migliori aspettative di vita.

In particolar modo, la Romagna e l’Emilia, terre che hanno dato i natali al movimento socialista italiano, hanno promosso e consolidato un modello di aggregazione politica e sociale destinato ad avere grande successo in tutto il Paese.

Le case del popolo proliferarono nei grandi centri industriali, ma il fenomeno interessò le stesse campagne, dove queste strutture divennero centri pulsanti delle agitazioni del movimento contadino. Di fatti, le prime battaglie per l’espropriaazione dei grandi latifondi sorsero da questi centri, che promossero l’occupazione e la distribuzione della terra fra contadini poveri.

Il fenomeno assunse dimensione di massa con il movimento di occupazione di fabbriche e di terre durante il Biennio rosso del 1919-20.

Non a caso le prime squadracce fasciste vennero in un primo momento finanziate ed armate dagli agrari, che scelsero come bersaglio le case del popolo, le sedi di partito, le sezioni sindacali per spezzare le forme di solidarietà ed organizzazione del movimento proletario italiano. Solo dopo aver spazzato le campagne i fascisti divennero i campioni dei grandi industriali italiani, che li riconobbero come arma più efficace di terrorismo ed oppressione del movimento operaio.

Nel Secondo dopoguerra, le case del popolo conobbero una nuova stagione di grande fermento ed assursero al ruolo di cinghia di trasmissione del consenso e del febbrile lavoro di massa di comunisti e socialisti, dal cui impulso politico ripresero nuova imponente vitalità. La svolta riformista impressa al PCI, e le successive involuzioni, ha poi segnato il declino politico di queste strutture, divenute luoghi svuotati dalla propria funzione politica. In molti casi, sotto la dicitura di “Casa del popolo”, oggi si trovano locali e pub, dove la memoria delle lotte passate troneggia solo sulle pareti, dove sono affisse fotografie sbiadite dei bei tempi che furono.

Ma esiste un’inversione di tendenza, posata sulla riscopertà di attività volte a costruire pratiche di mutuo soccorso fra i nuovi proletari ed i soggetti sociali colpiti dalla crisi capitalista. Napoli è un interessante osservatorio di questo fenomeno, che registra un interessante incontro fra il modello tradizionale di casa del popolo e gli spazi occupati o autogestiti.

Una tipologia altrettanto interessante di moderna casa del popolo è rappresentata dall’evoluzione di sezioni locali di partito, coinvolte nel medesimo processo di rifunzionalizzazione dei luoghi politici della sinistra di classe. E’ il caso di Rifondazione comunista, che ha costituito ben otto case del popolo tra città e provincia nell’arco di pochissimi anni, indice dell’intuizione che per combattere l’anti-politica e l’insofferenza verso i partiti tradizionali, è necessario intraprendere con coraggio un lungo ed umile cammino per risalire la china fra le classi subalterne.

All’interno delle moderne case del popolo, si trovano ambulatori, corsi di lingua per stranieri, doposcuola, corsi di arti marziali e ballo, momenti di formazione culturale, camere popolari del lavoro, eventi di solidarietà internazionalista. Ma, soprattutto, si sta riscoprendo un nuovo impulso giovanile alla partecipazione ed all’impegno politico in chiave marxista.

E’ possibile anche riprendere le case del popolo tradizionali, incentivando un movimento di rinnovamento interno. Ma bisogna volerlo.

Se Potere al popolo saprà cogliere questi spunti, adattandoli alle esigenze del conflitto di classe, non solo riuscirà a rendere capillare e continuativo il proprio movimento, soprattutto nella sterminata provincia/periferia italiana. Ma diverrà capace di ricomporre ciò che il capitale divide, riorganizzando e rendendo consapevole il moderno proletariato -fatto da italiani ed immigrati- e, soprattutto, gettando le basi per costruire un blocco sociale antagonista a quello dominante.

Il che, per i tempi che viviamo, rappresenta una speranza contro la barbarie per il futuro degli oppressi.

Appunti sulla questione sindacale

L’esperienza di Potere al popolo è giovane. Eppure, da subito si è posta grandi compiti: restituire alla sinistra valori forti e rilanciare il conflitto di classe nel nostro Paese. Nelle seguenti righe, riproponiamo le considerazioni di Daniele Maffione, che è uno dei tanti protagonisti di questa esperienza, che ci paiono utili ad aprire il dibattito su di un tema cruciale: la questione sindacale.

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di Daniele Maffione

Il 17, 18, 19 aprile tre milioni di lavoratori sono chiamati al voto per eleggere le proprie RSU.

Non possiamo voltarci dall’altra parte!

Come Potere al popolo dobbiamo maturare una posizione sulla questione sindacale.

Il tema, a mio avviso, non è di dare un’indicazione di voto, ma comunicare un messaggio forte ai lavoratori, invitandoli alla mobilitazione contro la legge Fornero ed il Jobs act, aprendo i loro occhi sul fallimento della concertazione sociale di fronte alle politiche neoliberiste.

Gli interessi dei capitalisti e dei lavoratori sono inconciliabili. Bisogna riprendere la lotta di classe!

Per questo non possiamo accontentarci di slogan e letture semplicistiche.

Se, da un lato, i sindacati confederali hanno avallato le politiche dei governi neoliberisti, pacificando il conflitto sociale, dall’altro il sindacalismo conflittuale spesso risulta troppo litigioso ed incapace di maturare una piattaforma organica di classe che parli a milioni di persone.

Non è nostro compito dire ai lavoratori a quale organizzazione sindacale aderire. Bisogna rifuggire da un terreno economicistico.

Noi dobbiamo costruire consapevolezza politica ed invitare i lavoratori a bocciare quei sindacati che sono stati complici della loro perdita salariale e dell’arretramento delle loro condizioni di vita.

Se l’alternativa non c’è, bisogna costruirla.

Dobbiamo invitare i lavoratori a scendere in piazza per chiedere l’abrogazione di tutte le leggi che colpiscono il loro potere di acquisto, che rendono il lavoro sempre più precario e che demoliscono tutele e diritti.

Parimenti, bisogna innestare fra le rivendicazioni la richiesta di tassazione progressiva dei grandi capitali, che affamano l’assoluta maggioranza della popolazione.

Come organizzarsi?

 

A Napoli, le compagne ed i compagni dell’ex Opg hanno dato vita all’esperimento della Camera popolare del lavoro, il cui proposito essenziale è monitorare le condizioni di sfruttamento attuali e costruire rete fra i lavoratori, organizzandone le rivendicazioni.

Sulla scorta di questo esempio, è possibile ampliare il radicamento dell’esperienza di Potere al popolo, mettendola in connessione con le esigenze reali di costruzione del conflitto, rimasto imbrigliato nelle trame del sindacalismo confederale, i cui gruppi dirigenti riformisti predicano la disfatta e firmano la resa dei lavoratori.

Per questa ragione, non ci basta invocare uno sciopero.

Noi dobbiamo dire ai lavoratori che l’unico modo per uscire dalla crisi è organizzarsi ed assumere il controllo dei luoghi di produzione e dei centri decisionali dello stato capitalista, invitandoli a costruire forme di democrazia diretta nei luoghi di lavoro.

Abbiamo appena cominciato a riunire il nostro popolo.

Ora, costruiamo le basi per la sua riscossa.

#poterealpopolo

20/3/2018

(L’immagine è tratta da un’opera di Antonio Berni, “El pan, el puno y las miradas”, 1934),

IT, cioè il Capitale

di Luca Cangianti

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È il giugno del 1989, i muri di Derry si riempiono di manifestini che denunciano la scomparsa di molte persone, spesso bambini. Alcuni di questi (un balbuziente, un obeso, un ebreo, un afroamericano, una ragazza molestata dal padre, un ragazzo ossessionato dalle malattie e uno che porta dei pesanti occhiali da vista) sono gli unici a capire quanto d’orribile stia per accadere.

La nuova trasposizione cinematografica del romanzo di Stephen King, diretta da Andrés Muschietti, riesce ad affrontare con successo il compito titanico di condensare in poco più di un paio d’ore la complessità narrativa del libro, rispettandone l’atmosfera e il focus teorico anche grazie ad alcuni intelligenti “tradimenti” del testo letterario.1 La stessa scelta di articolare la storia in due parti non lascia alcuna sensazione d’incompiutezza quando compaiono i titoli di coda della prima puntata attualmente in sala.

I temi archetipici di It sono sostanzialmente due: il Male invisibile che si nutre della nostra carne e la comunità dei deprivati capace di sconfiggerlo. Per questo motivo è possibile rintracciare delle profonde analogie con un altro libro di oltre mille pagine: il Capitale di Karl Marx.2
Derry è funestata da creature che violano le leggi di natura: si tratta di allucinazioni, ma capaci di uccidere. Nel Capitale la realtà mostruosa dello sfruttamento economico è invisibile, nascosta sotto una superficie popolata da entità quali prezzi, merci, scambio tra equivalenti, uguaglianza e democrazia. Tale mondo che dovrebbe funzionare fluidamente, tuttavia, s’inceppa ciclicamente generando crisi, guerre e nuove povertà, le cui cause sono di volta in volta spiegate in maniera accidentale dalle teorie mainstream. L’anomalia della crisi è oscurata dallo spontaneo e feticistico presentarsi delle cose nel modo di produzione capitalistico, così come il padre di Beverly (la ragazza del gruppo) non vede i fiotti di sangue che hanno completamente imbrattato le mura del bagno fuoriuscendo inspiegabilmente dal lavandino. Il residuo inesplicato lascia in vita il problema, la crisi ritorna nel capitalismo con sempre maggior violenza a distruggere ricchezza e vite umane, mentre a Derry It ricompare ogni ventisette anni, senza che questa dinamica emerga con chiarezza sulla stampa locale o nella coscienza degli abitanti. L’ecatombe ogni volta è nascosta e dimenticata: “Qui succede qualcosa”, scrive King, “ma solo in privato”; “Vietato l’accesso ai non addetti ai lavori” recita un cartello posto sulla soglia della porta dalla quale Marx immagina si possa accedere al “segreto laboratorio della produzione”.
Per studiare la realtà economica del capitalismo Marx disattende questa ingiunzione e scende nei sotterranei di questo modo di produzione arrivando a concettualizzare realtà invisibili come valore e plusvalore con le quali spiegare quelle visibili dei prezzi e dei profitti. Il mondo della produzione descritto nel primo libro del Capitale serve quindi a dar conto della circolazione nel terzo libro. I sei ragazzi e la ragazza del Club dei Perdenti, come si autodefiniscono, fanno qualcosa di simile: in un garage cercano di sovrapporre la mappa della città (visibile e di superficie) e quella del sistema fognario (invisibile e sotterraneo), cioè terzo e primo libro nella logica del Capitale. A Derry c’è perfino un edificio abbandonato che potrebbe avere la funzione della trasformazione dei valori in prezzi: “Quella casa era un luogo speciale, una specie di stazione, uno dei forse numerosi posti disseminati in tutta Derry che It utilizzava per i suoi trasferimenti tra mondi.”

It è poi una meravigliosa storia d’amicizia, di come essa nasca alle soglie dell’adolescenza e si sviluppi attraverso esperienze che fanno sanguinare le nostre più profonde ferite esistenziali: sentirsi colpevoli per la morte di nostro fratello, dei nostri genitori, oppure temere che nostro padre ci userà violenza. Se il Club dei Perdenti rimane unito, Pennywise, il clown3 perturbante nel quale si materializza It, può esser sconfitto. I Perdenti sono deprivati come i proletari di Marx. Solo loro possono vedere il mostro e hanno motivo di combatterlo. Le ferite che li connotano sono il punto di forza che permette loro di assumere un punto di vista privilegiato dal quale scorgere il mostro oltre l’apparenza. Si tratta di un tema sociopsicologico, dunque non trova posto sul livello altamente astratto e filosofico del Capitale. Qui dell’agency si pone in essere solo la base di mera possibilità.

L’emergere dell’eroe, cioè della soggettività antagonista capace di scorgere il mostro, di sentire una comunanza di destino e d’intraprendere un viaggio verso l’antro del Male, è qualcosa d’empirico che può (quando può) prender corpo in condizioni di vita determinate.4 Le scene che nel film accompagnano la costituzione del gruppo, la fuoriuscita dalla solitudine dei singoli individui sofferenti, l’emergere di nuova speranza nella comunità di lotta, sono toccanti e costruite con grande maestria. Dopo averle viste, provate a pensare in grande e mettete al posto di quei sei bambini e di quella ragazza appena adolescente i volti del migrante, della combattente curda, del rider, del metalmeccanico, della lavoratrice domestica, dell’indigena mapuche e dell’operatore di call center. Non è un’immagine di una bellezza lancinante?

 

IT, cioè il Capitale è un articolo pubblicato su Carmilla on line.


  1. Non si può dire la stessa cosa della miniserie televisiva diretta da Tommy Lee Wallace andata in onda nel 1990.
  2. Sulla struttura epistemologica fantahorror del Capitale cfr. qui.
  3. Sulla figura del clown cfr. qui.
  4. Sul rapporto tra viaggio dell’eroe in teoria della narrazione e coscienza di classe cfr. qui; la figura dell’eroe è stata affrontata su Carmilla in un ciclo di interventi di Fabio Ciabatti (qui e qui), Mazzino MontinariMaurizio Marrone e Gabriele Guerra.